Cosa ci fa un koala nella nostra tasca?

C’è un animale che abita le nostre case senza aver mai messo piede in Europa. Lo troviamo appeso alle chiavi dell’auto, seduto sugli scaffali dei bambini, stampato sulle felpe, riprodotto in gomma morbida nei negozi di souvenir di ogni aeroporto del mondo. Ha le orecchie rotonde, gli occhi socchiusi, un’espressione che evoca sonnolenza e benevolenza insieme. È il koala, e oggi, 3 maggio, ricorre il Wild Koala Day, la giornata internazionale dedicata a questo marsupiale australiano che è diventato, nel tempo, qualcosa di molto più complesso di un semplice animale.

Phascolarctos cinereus, questo il nome scientifico, è un marsupiale arboricolo della costa orientale dell’Australia. Trascorre fino a diciotto ore al giorno immobile tra le fronde degli eucalipti, nutrendosi di foglie che sarebbero tossiche per quasi tutte le altre specie, compresa la nostra. La sua dieta altamente specializzata lo vincola a meno di cinquanta delle oltre ottocento specie di eucalipto disponibili, e tra queste sceglie le foglie più succulente posizionate nelle chiome più alte, guidato da un olfatto raffinato. Quando scende a terra lo fa raramente, solo per cambiare albero o trovare un partner. Ha impronte digitali, dita opponibili su mani e piedi, e nel marsupio della femmina i piccoli completano i primi sei mesi di vita, portati poi sulla schiena materna per altri sei. È, biologicamente, una creatura di straordinaria specializzazione.

Eppure quello che ci ha conquistati non è la sua biologia. È la sua forma.

Gli scienziati che studiano la psicologia della conservazione hanno un nome per questo fenomeno: charismatic megafauna, megafauna carismatica. Si tratta di specie che, per caratteristiche estetiche o comportamentali, esercitano una presa emotiva immediata sul pubblico umano. Occhi grandi, forme morbide, movimenti lenti, un’espressione che tendiamo a leggere come dolcezza: il koala possiede tutti questi attributi in abbondanza. In ecologia, queste specie vengono spesso utilizzate come flagship species, specie bandiera, ossia simboli capaci di orientare attenzione, risorse e consenso pubblico verso cause di conservazione che altrimenti faticherebbero a trovare spazio nel dibattito. Il meccanismo è semplice: proteggiamo il koala, proteggiamo le foreste di eucalipto, proteggiamo migliaia di altre specie che in quelle foreste vivono e che nessuno conosce, nessuno disegna su un portachiavi, nessuno mette in vetrina.

La forza delle specie totemiche sta proprio qui: nel loro valore di trascinamento. Il koala è un ambasciatore, nel senso tecnico che la biologia della conservazione attribuisce al termine. La sua popolarità globale genera fondi, politiche, pressione pubblica. Non solo, la sua presenza nei media e nell’immaginario collettivo produce qualcosa che potremmo chiamare una sensibilità di ritorno, una predisposizione emotiva a prendersi cura di ciò che sta lontano, in un continente che la maggior parte di noi non vedrà mai.

Ma c’è un rovescio della medaglia, e la biologia della conservazione lo conosce bene. Il rischio si chiama flagship fatigue, la stanchezza del simbolo; quando una specie viene sovrautilizzata nelle campagne di sensibilizzazione, la sua efficacia si erode. Il pubblico si distrae, o peggio sviluppa la percezione distorta che quell’animale sia più abbondante di quanto non sia realmente, che stia bene, che il problema sia risolto. Il koala su un portachiavi di plastica non racconta nulla della crisi in corso. Racconta un’idea rassicurante, non una realtà.

La realtà è che la popolazione australiana di koala, che un tempo si contava in milioni di individui, si è contratta drammaticamente. Incendi, siccità, deforestazione, urbanizzazione e la diffusione di infezioni batteriche come la clamidia hanno ridotto le popolazioni della costa orientale in modo preoccupante, tanto che nel 2022 l’Australia ha formalmente inserito il koala nella lista delle specie in pericolo attraverso l’Environmental Protection and Biodiversity Conservation Act. Si stima che in alcune aree della costa settentrionale del paese gli incendi del 2019-2020, la cosiddetta “estate nera”, abbiano causato una riduzione del 72% degli individui presenti. L’eucalipto brucia facilmente, e il koala non corre.

Allora ha senso, questo animale sui portachiavi? Ha senso una giornata internazionale?

Sì, ha senso, purché si riesca a compiere lo sforzo intellettuale di guardare oltre il peluche. Il koala funziona come totem perché risponde a qualcosa di profondo nell’elaborazione cognitiva umana degli altri animali, la nostra tendenza a riconoscere tratti infantili nelle forme rotonde, a proiettare calma e fiducia in creature lente, a sentire come “vicino” ciò che assomiglia a ciò che amiamo.

Quella proiezione è biologicamente priva di fondamento, il koala non è dolce nel senso in cui lo intendiamo noi, ha artigli robusti, una dentatura adatta alle fibre legnose, e non apprezza affatto la vicinanza umana. Ma la proiezione è culturalmente potentissima, e la biologia della conservazione ha imparato a usarla.

Il problema non è il totemismo in sé. Il problema è quando il totemismo si ferma all’oggetto e non costruisce comprensione. Un portachiavi a forma di koala nelle mani di qualcuno che sa che quella specie dipende da foreste di eucalipto minacciate, che quelle foreste sono corridoi ecologici per centinaia di altre specie, che la crisi climatica rende gli incendi più frequenti e devastanti, è un piccolo frammento di consapevolezza incarnata nel quotidiano. Lo stesso portachiavi nelle mani di qualcuno che crede che il koala sia un animale esotico diffuso e senza problemi è solo plastica.

Il 3 maggio ci ricorda che la distanza geografica non è necessariamente distanza emotiva, e che le specie che abitano il nostro immaginario collettivo possono diventare leve reali per la conservazione, a patto di non fermarsi all’immagine.

Il koala è nella tasca di tutti, forse è il momento di chiedersi davvero cosa ci stia facendo lì.

(Autrice: Paola Peresin)
(Articolo di proprietà di Dplay Srl)
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