Oggi più che mai è importante celebrare la Giornata Mondiale contro la Crudeltà sugli Animali, e la prima cosa da rilevare è quanto poco controversa sembri la ricorrenza. Pochi, interrogati, si dichiarerebbero a favore della crudeltà. L’accordo è quasi universale, almeno in superficie.
Il problema, come spesso accade con i consensi larghi, è che nascondono disaccordi profondi su cosa si stia effettivamente condannando. Procurare volontariamente sofferenza fisica a un altro essere vivente è il nucleo condiviso, il punto fermo attorno al quale si costruisce qualunque legislazione in materia, dalla prima legge britannica del 1822 alle normative europee attuali. Ma fermarvisi sarebbe una semplificazione comoda.
C’è una seconda forma di crudeltà, meno visibile e per questo più difficile da riconoscere: quella di imporre alle altre specie le nostre categorie, i nostri bisogni, la nostra semantica emotiva. Chiamiamo questo processo antropomorfizzazione, e ha una lunga storia nel rapporto tra esseri umani e animali. Diamo nomi alle vacche di stalla, costruiamo bare per i cani, celebriamo i compleanni dei gatti, interpretiamo il comportamento dei polpi attraverso il filtro di ciò che proveremmo noi al loro posto.
Tutto questo, in sé, non è necessariamente sbagliato: può essere una forma di attenzione, persino di affetto genuino.
Diventa problematico quando smette di essere un modo di avvicinarsi all’altro e diventa un modo di sostituirsi all’altro. Quando proiettiamo bisogni che non corrispondono alla biologia, alla fisiologia, all’etologia di quella specie. Un cane che viene nutrito con diete elaborate per soddisfare la sensibilità estetica del proprietario, un uccello tenuto in gabbia perché la sua presenza calma l’ansia umana, un animale selvatico riabilitato e reintrodotto in un contesto che non corrisponde al suo areale: in ognuno di questi casi, la relazione si è capovolta. Non stiamo rispondendo ai bisogni dell’animale, stiamo usando l’animale per rispondere ai nostri.
Nel nostro Paese questa tensione ha contorni particolari. Abbiamo una tradizione zootecnica secolare, dove il rapporto con gli animali da lavoro e da reddito è stato storicamente pragmatico, e ci troviamo oggi a fare i conti con una sensibilità urbana e post-industriale che tende a trasferire il modello affettivo della pet ownership su contesti molto diversi. Non è necessariamente un progresso; può essere, in alcuni casi, una forma sofisticata di disattenzione verso ciò che gli animali sono davvero.
Riconoscere la crudeltà richiede quindi un doppio sforzo: condannare la sofferenza intenzionale, certo, ma anche imparare a vedere le altre specie per quello che sono, non per quello che ci è più comodo che siano. Il che implica una certa dose di disagio: accettare che un animale non provi ciò che proiettiamo su di lui, che i suoi bisogni non coincidano con i nostri desideri, che il rispetto autentico sia spesso meno fotogenico dell’amore che ci piace mostrare.
(Autore: Paola Peresin)
(Foto: Ab. Unsplash.com)
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