Giornata internazionale del Tonno: nuotare o morire

Il 2 maggio si celebra la Giornata Internazionale del Tonno, istituita dalla FAO nel 2016 per richiamare l’attenzione su una delle specie ittiche più sfruttate al mondo. Ma cosa sappiamo davvero di questi animali?

Probabilmente molto meno di quanto crediamo, e il motivo è semplice: il tonno vive in mare aperto, si muove su scale oceaniche, e studiarlo è straordinariamente difficile. Eppure, proprio negli ultimi decenni, la scienza ha cominciato a svelare i segreti di una delle macchine da nuoto più perfezionate che l’evoluzione abbia mai prodotto.

Il tonno rosso dell’Atlantico, Thunnus thynnus, non è semplicemente un pesce grande e veloce. È un predatore termoregolatore, capace di mantenere la temperatura dei muscoli locomotori e del cervello al di sopra di quella dell’acqua circostante, un privilegio raro tra i pesci. Questa caratteristica gli consente di colonizzare acque fredde e di sostenere prestazioni atletiche eccezionali, ma ha anche un costo energetico enorme. Il tonno rosso non può fermarsi: la respirazione branchiale richiede un flusso continuo di acqua attraverso la bocca, il che significa che nuotare è per lui sinonimo di sopravvivere. Ci fermiamo un momento su questo dettaglio, perché cambia radicalmente il modo in cui dobbiamo immaginare la vita di questo animale: non c’è riposo, non c’è sosta, non c’è un rifugio dove nascondersi. Solo movimento, continuo, attraverso oceani interi.

Per capire come un animale del genere gestisce la propria energia, dove va, come si comporta nelle diverse stagioni e in risposta ai cambiamenti ambientali, i biologi hanno dovuto inventare strumenti nuovi. Uno dei più potenti è l’accelerometria animale, ovvero l’uso di dispositivi miniaturizzati che misurano l’accelerazione del corpo dell’animale su tre assi nello spazio. Prendete un accelerometro come quello contenuto nel vostro smartphone, rimpicciolite il concetto fino a renderlo sopportabile su un pesce, aggiungete memoria, batteria e qualche sensore in più, e avrete un’idea di cosa significa fare biologging su un tonno rosso. Questi strumenti registrano ogni variazione di velocità, ogni virata, ogni battito della pinna caudale, e traducono il movimento in dati quantificabili: budget energetici, classificazione comportamentale, stima del dispendio metabolico in tempo reale.

Una recente revisione sistematica pubblicata su Movement Ecology nel 2026, firmata da Rudd e colleghi dell’Università di Exeter, ha passato al setaccio sessant’anni di ricerca accelerometrica sugli animali, analizzando oltre 1.500 studi condotti su più di 400 specie. Il quadro che emerge è quello di un campo scientifico esploso in pochissimi anni: dai primi esperimenti su animali in cattività negli anni Sessanta, ai dispositivi oggi capaci di classificare comportamenti direttamente a bordo del tag, riducendo il consumo energetico e permettendo di mantenere i dispositivi sugli animali per periodi di durata inimmaginabile fino a pochi anni fa. I pesci, e i grandi pelagici in particolare, sono rimasti però storicamente sottorappresentati rispetto ai mammiferi terrestri e agli animali domestici. Le ragioni sono intuitive: il mare oppone resistenza tecnica in ogni direzione. Un tag deve essere impermeabile, resistente alla pressione, abbastanza leggero da non compromettere la locomozione, e abbastanza intelligente da non disperdere i dati nel momento del distacco.

Nel caso del tonno rosso, le sfide sono particolarmente acute. Questo animale percorre migliaia di chilometri tra le aree di alimentazione nell’Atlantico settentrionale e quelle di riproduzione nel Mediterraneo o nel Golfo del Messico. Taggare un individuo in mare significa accettare di non sapere dove andrà, quando riemergerà, se il tag verrà mai recuperato. Per questo si usano sempre più spesso i cosiddetti tag pop-off satellitari(PSAT), dispositivi che si distaccano automaticamente dall’animale dopo un periodo programmato e trasmettono i dati raccolti via satellite. Combinati con accelerometri, questi strumenti restituiscono finestre straordinarie su comportamenti che nessun osservatore umano potrebbe mai vedere direttamente: le immersioni notturne in acque profonde e fredde, le sequenze di predazione in superficie, le risposte immediate all’incontro con un’imbarcazione.

Sappiamo, grazie a questi dati, che il tonno rosso adatta continuamente la propria traiettoria e la profondità di crociera in funzione della temperatura dell’acqua, della disponibilità di prede e probabilmente anche di segnali sociali. Sappiamo che il comportamento post-cattura e rilascio lascia tracce accelerometriche riconoscibili per ore, il che ha implicazioni dirette per la gestione della pesca ricreativa e per la valutazione dell’impatto dei metodi di pesca sul benessere animale. E sappiamo che il dispendio energetico varia enormemente tra le diverse fasi del ciclo vitale, con picchi durante la migrazione riproduttiva che mettono a dura prova anche un atleta di questa levatura.

Quello che ancora non sappiamo è molto di più. La ricerca accelerometrica sui grandi pelagici è geograficamente concentrata in pochi paesi ad alto reddito, e questo significa che intere porzioni dell’ecologia del tonno restano nell’ombra. Le rotte migratorie nel Pacifico tropicale, i comportamenti riproduttivi nel Mediterraneo orientale, le risposte al riscaldamento delle acque nelle zone di alimentazione boreali: tutte aree dove i dati sono scarsi, le collaborazioni internazionali fragili, e le infrastrutture di ricerca insufficienti. La stessa revisione di Rudd e colleghi segnala che meno del 6% degli studi accelerometrici globali proviene da autori affiliati ad istituzioni di Africa, Sud America e Asia, con la sola eccezione del Giappone. Una scienza che pretende di gestire una risorsa oceanica condivisa dall’intera umanità non può permettersi lacune geografiche di questa portata.

La Giornata Internazionale del Tonno esiste, in parte, per ricordare esattamente questo: che il tonno non appartiene a nessuno e appartiene a tutti, che le sue rotte ignorano i confini delle Zone Economiche Esclusive, e che la sua conservazione richiede cooperazione scientifica e politica su scala planetaria. Ma c’è qualcosa di più sottile che vale la pena portare a casa da questa storia. Il tonno rosso non è diventato un simbolo di crisi perché è scomparso silenziosamente. È diventato un simbolo perché è visibile, desiderabile, costoso e pesato nei mercati di tutto il mondo. Le specie che non hanno mercato, quelle che vivono in oceani lontani dai centri di ricerca, quelle il cui comportamento non è ancora leggibile attraverso nessun dispositivo, aspettano ancora che qualcuno si preoccupi abbastanza da studiarle.

Ogni tag che viene incollato sulla pinna di un tonno rosso e restituisce dati da qualche parte nell’Atlantico è un atto scientifico e anche, in un senso non del tutto metaforico, un atto di attenzione verso qualcosa che non chiede di essere salvato ma che lo merita comunque.

(Autrice: Paola Peresin)
(Articolo di proprietà di Dplay Srl)
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