Il 17 giugno si celebra la Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità, istituita dalle Nazioni Unite per richiamare l’attenzione su uno dei processi più silenziosi e sottovalutati della crisi climatica. Silenziosi perché non producono immagini spettacolari come un’alluvione o un incendio, anche se spesso li preparano. Sottovalutati perché avanzano in forme che la percezione ordinaria tende a confondere con la normalità stagionale.
Eppure i numeri parlano con una certa crudezza. Nel 2023 quasi la metà delle terre emerse del pianeta ha registrato almeno un mese di siccità estrema, uno dei valori più alti mai documentati. Un recente rapporto dell’UNCCD, la Convenzione ONU contro la desertificazione, stima che il 77,6% delle terre emerse abbia mostrato condizioni mediamente più secche rispetto al passato recente. Non si tratta di percentuali riferite a sistemi-deserto già consolidati: si tratta di suoli agricoli, bacini idrografici, ecosistemi temperati che stanno perdendo progressivamente la capacità di trattenere acqua, sostenere biomassa e garantire produzione alimentare.
Il quadro europeo non fa eccezione. Il programma Copernicus segnala con continuità aree continentali soggette a stress idrico. In questi stessi giorni di giugno una violenta ondata di calore sta interessando la Francia e diverse altre regioni dell’Europa occidentale, con temperature attese oltre i 40°C in aree che storicamente non erano attrezzate per resistere a questi picchi. Caldo estremo, perdita di copertura vegetale e riduzione della ritenzione idrica del suolo sono fenomeni che si alimentano reciprocamente, e la loro combinazione accelera quei processi di aridificazione progressiva che la parola “desertificazione” tende a evocare solo nelle sue forme più estreme e lontane.
Anche il Veneto conosce questa dinamica, anche se spesso la legge attraverso l’alternanza opposta: troppa acqua e troppo poca, a distanza ravvicinata. Non è un paradosso, è la firma idrologica del cambiamento climatico nelle aree temperate. E i numeri regionali di quest’anno lo documentano con precisione. Nel solo mese di aprile 2026, secondo i dati ARPAV, le precipitazioni in Veneto si sono fermate a circa 32 millimetri, contro una media storica del periodo 1991-2020 di 94 millimetri, un deficit del 66%, il quarto aprile più secco degli ultimi trentacinque anni. Sul bacino del Piave il deficit pluviometrico mensile si è attestato intorno al 52%, ma il dato che preoccupa di più è un altro, gli invasi erano quasi pieni non per effetto delle piogge, ma perché la neve si era sciolta anticipatamente in quota, bruciando le riserve idriche estive prima dell’estate. A fine maggio la neve residua nel bacino del Piave ammontava a circa 40 milioni di metri cubi, ben al di sotto della norma stagionale: le riserve idriche estive erano già in buona parte consumate prima dell’estate.
A valle, nel frattempo, la situazione dei fiumi veneti rimaneva critica. A fine maggio i monitoraggi segnalavano che il Piave e il Brenta scorrevano con portate vicine ai loro minimi storici per il periodo. Più a sud, sull’Adige, la portata era addirittura scesa al di sotto del valore minimo mai registrato per quella stagione, al punto da compromettere l’efficacia della barriera antisale di Rosolina e favorire la risalita del cuneo salino verso l’interno. Un fenomeno che tocca direttamente la tenuta del sistema agricolo dell’intero nordest. Gestire eventi estremi opposti non è la stessa cosa che gestire la normalità climatica, e il sistema territoriale veneto sta imparando a sue spese la differenza.
Il tema internazionale scelto dall’ONU per questa edizione ruota attorno alla restaurazione dei territori degradati come opportunità, non come mero ripristino. L’aridificazione del suolo comporta perdita di fertilità, erosione, riduzione della biodiversità edafica, vulnerabilità agli incendi. Invertire questi processi richiede interventi che hanno ricadute concrete sull’occupazione agricola, sulla sicurezza alimentare, sulla tenuta idrogeologica dei versanti. Non è un discorso astratto, ogni ettaro di suolo recuperato alla sua funzione ecologica trattiene acqua, regola il microclima, sostiene catene trofiche.
La difficoltà comunicativa della desertificazione è sempre stata questa, agisce su scale temporali che sfidano la percezione immediata, e produce effetti che si confondono con il rumore di fondo delle variazioni stagionali finché non raggiungono soglie di irreversibilità.
La Giornata del 17 giugno serve a ricordare che quelle soglie non sono ipotesi remote. In molti casi, sono già state superate.
(Autrice: Paola Peresin)
(Foto: Ab. Unsplash.com)
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