Il 12 settembre è la giornata mondiale del delfino, data scelta non per convenzione istituzionale ma per far coincidere la ricorrenza con un anniversario preciso: quello della più grande mattanza di cetacei mai documentata in un solo giorno, 1.428 delfini dai fianchi bianchi uccisi nel 2021 nelle isole Fær Øer durante il grindadráp, la caccia tradizionale che ogni estate spinge i branchi verso le insenature per abbatterli a riva.
A istituire la giornata è stata l’organizzazione Sea Shepherd, che ne ha fatto uno strumento di denuncia più che una celebrazione: un modo per tenere visibile una pratica che continua, mentre altrove i delfini restano confinati in vasche a scopo di spettacolo.
La specie ha attraversato la cultura mediterranea molto prima di diventare oggetto di tutela. Aristotele li classificò correttamente come mammiferi, distinguendoli dai pesci per la respirazione polmonare, un’osservazione che avrebbe atteso secoli prima di essere confermata dalla scienza moderna. Nella mitologia greca il delfino porta in salvo Arione gettato in mare dai pirati, ed è sacro ad Apollo Delfinio; a Roma compare su monete, mosaici e sarcofagi come guida delle anime verso l’oltretomba.
Nell’iconografia della Serenissima il delfino ricorre come ornamento araldico e decorativo, presenza che nella laguna di Venezia non è mai stata solo simbolica. Pescatori e cronache locali registrano da generazioni avvistamenti isolati di tursiopi che risalgono le bocche di porto, episodi mai raccolti in una storia continua ma sufficienti a mostrare che la specie non è mai stata del tutto estranea a questo tratto di mare interno.
Da giugno 2025 quella presenza saltuaria ha preso la forma di un individuo riconoscibile: un giovane tursiope arrivato da Chioggia, ribattezzato Mimmo chissà da chi e Nane dai veneziani, si è stabilito nel bacino di San Marco, dove caccia cefali e branzini a pochi metri dai vaporetti. Non è un esemplare sfuggito a un acquario né una mascotte cittadina: è un tursiope selvatico che ha scelto un tratto di laguna urbana come territorio stabile, gli stessi canali percorsi da secoli dalle imbarcazioni che oggi lo affiancano.
Tra il massacro che il 12 settembre ricorda e i Nane che saltano accanto ai vaporetti del bacino di San Marco corre la stessa distanza che separa da sempre le due facce della specie: quella cacciata nelle insenature delle Fær Øer, e quella che a Venezia, con tutt’altro destino, ha scelto di restare.
(Autrice: Paola Peresin)
(Foto: Ab. Unsplash.com)
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