Il dono di vivere

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La maggior parte di noi comincia la giornata controllando che cosa ci aspetta: una sveglia, non sempre simpatica, il telefono, le notifiche, le email a cui rispondere. Nel giro di pochi minuti siamo già dentro l’elenco delle cose da fare, dei problemi da risolvere, delle preoccupazioni che ci siamo portati dietro dalla sera prima. Vissuto in questo modo, il risveglio rischia di diventare un’impresa problematica, ansiosa, per nulla affascinante e promettente, quasi un rito svogliato e scontato, privo di slanci positivi di entusiasmo e di novità. Eppure, quasi duemila anni fa, l’uomo più potente del mondo occidentale si svegliava in modo molto diverso.

Come ricordava di recente l’autrice Sarah Romero sulla rivista “Storia”, prima di affrontare invasioni o tradimenti politici, l’imperatore romano Marco Aurelio prendeva la sua penna e scriveva per se stesso, lasciando impressa una riflessione quanto mai senza tempo: «Quando ti alzi al mattino, pensa al privilegio di vivere: respirare, pensare, godere, amare». Nato nel 121 d.C., Marco Aurelio Antonino non era originariamente destinato al trono. Durante il suo regno (161-180 d.C.), Roma attraversò uno dei periodi più turbolenti della sua storia: le guerre contro i Parti in Oriente, le invasioni delle tribù germaniche lungo il Danubio e la devastante peste antonina, che decimò la popolazione facendo morire cinque milioni di persone e anche un gran numero di animali.

Nonostante queste afflizioni, crisi e preoccupazioni di straordinario rilievo, come detto, Marco Aurelio suggeriva di cominciare da un’altra parte, in altro modo, con ben altri pensieri di vitalità e di riconoscenza. A scriverlo era un imperatore romano, non un uomo che aveva scelto una vita appartata e tranquilla. Eppure, i testi delle sue Meditazioni non sono il diario di un uomo che celebra il proprio potere. Sono, al contrario, un esercizio personale per ricordarsi come vivere, che egli mette nero su bianco per sé, anche durante le campagne militari. La cosa più interessante è forse l’inizio della sua opera letteraria. Prima di parlare delle grandi questioni della vita, Marco Aurelio dedica il primo libro a una serie di ringraziamenti. Ricorda il nonno, la madre, i maestri, il padre adottivo Antonino Pio. Non li ringrazia per avergli procurato ricchezze o prestigio, ma per ciò che gli hanno insegnato: la disciplina, la semplicità, la pazienza, il senso del dovere.

È un modo molto concreto di praticare la gratitudine. E soprattutto è un esercizio privato. Marco Aurelio non sta cercando l’approvazione di nessuno: sta mettendo ordine nei propri pensieri prima di affrontare il resto della giornata. Forse è questo il punto che ci riguarda più da vicino. Anche noi, ogni mattina, possiamo scegliere da dove cominciare. Possiamo partire da quello che non funziona, dalle cose che mancano e da ciò che ci preoccupa, oppure ricordarci per qualche istante di quello che abbiamo già. Il respiro, per esempio. Il fatto di esserci svegliati. Una persona che amiamo. Qualcuno che ci ha insegnato qualcosa. Una possibilità che abbiamo ancora davanti. Sono cose così abituali che spesso smettiamo di vederle. Non significa ignorare i problemi o convincersi che tutto andrà bene, secondo i canoni di un ottimismo di maniera, sterile ed ingiustificato, specie ai nostri giorni. Marco Aurelio non lo faceva: conosceva bene la guerra, la malattia, la perdita e l’incertezza. La sua lezione era un’altra: non possiamo decidere tutto ciò che accade, ma possiamo lavorare sul modo in cui lo affrontiamo.

Forse, allora, il dono di vivere non consiste nel fatto che ogni giornata sia bella o semplice. Consiste nel fatto che ogni mattina ci viene restituito un tempo nuovo grazie al quale possiamo ancora agire. Prima delle email, prima delle notizie, prima dell’elenco delle cose da fare, potremmo ricordarcelo.
Per quale scopo? Semplicemente, per non dimenticare, mentre siamo impegnati a vivere la nostra esistenza, di accorgerci proprio che la stiamo vivendo.

Come il grande imperatore romano, chi oggi riconosce di non essersi costruito da solo, dissolve il proprio ego. La gratitudine diventa così uno strumento di umiltà e di conoscenza di sé. E tutto questo senza alcuna esibizione pubblica. Oggi la scienza ha dimostrato ciò che Marco Aurelio conosceva già per semplice intuizione: praticare la gratitudine riduce il cortisolo, migliora la qualità del sonno e riconfigura il nostro cervello affinché si concentri sugli aspetti positivi. Tuttavia questa lezione di vita che ci arriva dall’antichità va un passo oltre. Ci insegna che la riconosenza deve essere un esercizio intimo, privato, non un’esibizione pubblica sui social network alla ricerca di approvazione o di “mi piace”. Come giustamente sottolinea Romero, “proprio come un artista pulisce i propri pennelli o uno chef prepara la cucina prima di lavorare, anche noi dobbiamo preparare la nostra mente prima di uscire nel mondo”. Se iniziamo la giornata trascinandoci dietro i risentimenti del giorno precedente, per esempio, il nostro umore e la nostra postura relazionale ne saranno contaminati in negativo. Perciò, ancora una volta, Marco Aurelio ci consiglierebbe di aprire gli occhi, respirare profondamente, pensare, sorridere, godere e amare.

(Foto: Ab. Unsplash.com)
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