Il 23 luglio si celebra la Giornata mondiale dei delfini e delle balene, ricorrenza nata per denunciare la cattività dei cetacei negli acquari. In laguna di Venezia, da un anno, la questione si è capovolta: non è l’uomo a tenere un delfino prigioniero, ma un delfino a scegliere, con ostinazione poco documentata nella specie, di restare tra le imbarcazioni più trafficate del Mediterraneo.
L’esemplare, un giovane maschio di Tursiops truncatus lungo circa due metri, comparve per la prima volta nelle acque di Chioggia nell’estate 2025. Si spostò poi verso nord, nel tratto tra Punta della Dogana, la Giudecca e il Lido, fino a farsi vedere, con qualche imbarazzo per la Capitaneria di Porto, davanti al bacino di San Marco. I veneziani lo hanno battezzato Nane, le cronache lo conoscono come Mimmo: due nomi per un solo animale, segno che la narrazione popolare corre più veloce della tassonomia.
Il tursiope è l’unica specie di delfino che frequenta con regolarità l’alto Adriatico, ed è biologicamente compatibile con acque basse, torbide e ricche di prede: la sua presenza in laguna non stupisce di per sé. Ciò che la letteratura scientifica registra come anomalo è la solitudine dell’animale. I tursiopi sono cetacei sociali, organizzati in gruppi con legami duraturi: un individuo che si stacca dal branco e resta per oltre un anno in un ambiente ad alta densità di natanti è un caso che merita monitoraggio, non solo entusiasmo social.
Quel monitoraggio esiste, ed è la parte della storia che i titoli sui turisti col telefono in mano tendono a saltare. Un team composto dal Dipartimento di Biomedicina Comparata e Alimentazione dell’Università di Padova, dall’associazione Dolphin Biology and Conservation, dal Museo di Storia Naturale Giancarlo Ligabue e dall’Istituto Tethys ha seguito l’animale da giugno a dicembre 2025, pubblicando i risultati su Frontiers in Ethology; il monitoraggio prosegue, rafforzato da gennaio 2026. Le conclusioni sono state condivise anche in un incontro pubblico al museo, il 16 maggio scorso, insieme a un codice di condotta bilingue per chi incontra l’animale in acqua o in barca.
I dati raccontano un individuo in condizioni generalmente buone, con una ferita al fianco causata da un impatto con un’elica, ora completamente rimarginata. Raccontano anche di uscite periodiche in mare aperto, segno che la laguna non è una trappola ma una scelta reversibile. Gli unici rischi concreti restano quelli di origine antropica: collisioni, disturbo acustico, tentativi di avvicinamento e, soprattutto, la spinta a farne un personaggio da cartolina invece che un animale selvatico da osservare a distanza di sicurezza, senza inseguirlo in barca né offrirgli cibo.
È qui che il caso veneziano diventa utile oltre i confini della laguna. La differenza tra il credito narrativo, la simpatia collettiva per “il delfino di San Marco”, e il credito epistemico, il dato raccolto da chi lo studia da mesi, non è un dettaglio accademico: è la differenza tra una gestione della fauna fondata sull’osservazione sistematica e una fondata sull’aneddoto fotografico. Il tursiope non ha bisogno della nostra narrazione. Ha bisogno che restiamo, letteralmente, a cinquanta metri di distanza.
(Autrice: Paola Peresin)
(Foto: ab. Unsplash.com)
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