L’8 giugno il calendario internazionale celebra gli oceani, e vale la pena prenderlo come un invito più che come una commemorazione. Il mare è il più grande spazio comune che abbiamo, e una delle poche cose che riguardano davvero tutti, chi ci vive accanto e chi lo vede una settimana l’anno.
A Roma, sul Floating Hub ormeggiato sul Tevere, ISPRA e il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente insieme a Marevivo hanno scelto la ricorrenza per presentare i dati eccellenti sulla qualità delle acque di balneazione italiane. È una buona notizia, e raccontarla è importante: significa che il monitoraggio funziona e che vent’anni di lavoro hanno lasciato un segno. La salute di una costa, però, non si misura solo dalla sua balneabilità, e proprio qui la ricerca più recente ci offre uno spunto interessante per guardare oltre.
Uno studio pubblicato su npj Ocean Sustainability, nato dal confronto fra esperti europei, si occupa dello strumento principale con cui l’Europa vuole tutelare il proprio mare, le aree marine protette, che secondo gli obiettivi comunitari dovrebbero coprire il 30 per cento delle acque entro il 2030.
Lo studio non lancia allarmi, fa qualcosa di più utile: spiega come rendere queste aree davvero efficaci. Oggi, ricordano gli autori, oltre l’80 per cento delle aree protette europee regola le attività umane in modo molto leggero. Sono in larga parte perimetri disegnati sulla carta, e la buona notizia è che trasformarli in protezione reale non richiede di reinventare nulla, ma di completare un lavoro già avviato.
C’è poi un’idea, nel cuore della ricerca, che cambia il modo di pensare la tutela. Quasi tutte le aree protette sono nate immaginando una natura immobile: confini fissi, una specie da proteggere qui, un habitat là. Ma il mare si scalda e le specie si spostano, cercano acque più fresche, risalgono verso nord, cambiano vicinato. Difendere un confine fermo mentre i suoi abitanti si muovono ha sempre meno senso.
Da qui nasce la proposta più stimolante dello studio, quella di un’area protetta pronta al clima, non un recinto inciso nella pietra, ma uno strumento capace di osservare il cambiamento e adattarsi, come fa da sempre chi conosce il mare per mestiere.
La parte incoraggiante è che la strada è concreta e fatta di cose comprensibili. Gli esperti indicano un monitoraggio condiviso, che misuri non solo quante specie ci sono ma come sta l’ecosistema; aree pensate come reti connesse anziché isole, perché una specie può spostarsi solo se trova corridoi; e soprattutto una gestione che coinvolga davvero le comunità costiere e i pescatori, trasformandoli da spettatori diffidenti in protagonisti.
Proprio il coinvolgimento delle persone emerge come una delle leve più efficaci, la conoscenza di chi vive il mare ogni giorno vale quanto un sensore, e spesso arriva prima.
Restano nodi reali, ed è giusto nominarli senza drammatizzarli. Lo sviluppo dell’eolico in mare, necessario per ridurre le emissioni, va conciliato con gli spazi che vogliamo proteggere, due obiettivi ambientali che ogni tanto si pestano i piedi e che si risolvono non con la rinuncia, ma con la pianificazione e il dialogo, costruiti prima che il problema si presenti. Sono esattamente i tavoli in cui la voce di cittadini, associazioni e amministrazioni locali può pesare.
Per il Mediterraneo, e per l’Adriatico in particolare, tutto questo è già attualità. È uno dei mari che si scaldano più in fretta, dove le specie tropicali arrivano e quelle fredde arretrano, e dove la laguna di Venezia è un laboratorio quotidiano di confini mobili e habitat che si riscrivono.
È anche il posto giusto per ricordare una cosa semplice, occuparsi del mare non è un compito riservato agli specialisti. Significa scegliere come pescare, come fare turismo, cosa chiedere a chi amministra, e talvolta soltanto guardare con più attenzione quello che la costa racconta.
La Giornata degli Oceani, allora, funziona meglio se la leggiamo come una porta aperta. La scienza ci sta dando strumenti migliori, le istituzioni cominciano a usarli, e manca soprattutto il pezzo più facile da aggiungere e più potente: l’interesse di tante persone in più. Il mare non ha mai rispettato i nostri confini, e forse è proprio per questo che ci chiede di occuparcene insieme.
(Autrice: Paola Peresin)
(Foto: Ab. Unsplash.com)
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