Il 9 agosto si celebra la Giornata Internazionale dei Popoli Indigeni, che l’ONU ha istituito nel 1994 per ricordare qualcosa che la biologia sa da tempo: la diversità non è solo una questione di geni.
Le circa 7.000 lingue ancora parlate sul pianeta non sono varianti intercambiabili di uno stesso messaggio. Sono sistemi di codifica del reale, costruiti in secoli di osservazione, adattamento, errore e trasmissione. Ognuna articola il mondo secondo categorie che le altre non prevedono: ci sono lingue che distinguono decine di sfumature del verde perché la sopravvivenza dipendeva da quella distinzione, lingue che non hanno un futuro grammaticale perché il tempo non era pensato come direzione, lingue che nominano venti, correnti e stelle secondo mappe cognitive che nessun satellite ha ancora riprodotto.
Ogni lingua che scompare porta con sé una tassonomia vegetale, un calendario stagionale, una mappa di relazioni ecologiche che nessun archivio digitale ha ancora trascritto. La perdita non è solo sentimentale. È la cancellazione di un esperimento evolutivo irripetibile: quello di una mente umana che ha risolto il problema della sopravvivenza in un ambiente specifico, per un tempo specifico, con strumenti concettuali che non si recuperano.
I popoli indigeni rappresentano meno del 5% della popolazione mondiale e custodiscono oltre l’80% della biodiversità terrestre residua. Non è una coincidenza: è il risultato di sistemi di conoscenza locali che hanno coevoluto con gli ecosistemi che abitavano. La cultura è adattamento. Come la colorazione mimetica di un insetto o la struttura metabolica di un organismo del deserto, è una risposta selezionata dal contatto prolungato con un ambiente reale. E come ogni carattere adattativo, la sua perdita non è reversibile.
La biologia della conservazione ci ha insegnato che la riduzione della diversità genetica impoverisce la resilienza di una specie di fronte ai cambiamenti ambientali. Lo stesso vale per la diversità culturale: più le soluzioni umane convergono verso un unico modello cognitivo, tecnologico ed economico, più la specie perde la capacità di rispondere in modo differenziato a problemi che non ha ancora incontrato.
Tutelare i popoli indigeni non è un atto di nostalgia né di esotismo. È conservazione biologica applicata alla nostra specie. È tenere aperte opzioni evolutive che non sappiamo ancora di avere bisogno.
(Autrice: Paola Peresin)
(Foto: Ab. Unsplash.com)
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