C’è un momento, ogni anno, in cui il Mare di Norvegia diventa una cosa sola. Milioni di corpi argentati si muovono in sincronia, compatti come un unico organismo, trascinando con sé biomassa, energia, vita. Le aringhe migrano. Lo fanno da millenni, e lo fanno seguendo una mappa che non esiste su nessun fondale, esiste soltanto nella memoria collettiva del banco.
Oggi, 21 aprile, si celebra la Giornata Internazionale della Migrazione dei Pesci, e c’è forse nessuna storia più adatta di quella dell’aringa norvegese per capire quanto sia fragile, e quanto sia preziosa, questa eredità invisibile che i pesci si tramandano di generazione in generazione.
Per secoli, le aringhe atlantico-scandinave hanno percorso lo stesso viaggio: dalle acque aperte dove si nutrono verso le coste meridionali della Norvegia, nei pressi di Møre, per deporre le uova. Un tragitto di oltre mille chilometri, compiuto con una precisione assoluta. Ma questa precisione non è scritta nei geni come un codice immutabile. È cultura. È trasmissione orale, se vogliamo azzardare una metafora antropologica; i pesci adulti, quelli che hanno già fatto il viaggio, guidano le reclute inesperte lungo le rotte conosciute attraverso un processo che i biologi chiamano entrainment, un trascinamento, un’induzione per contatto. I giovani seguono gli anziani, imparano la strada, e l’anno dopo saranno loro a trasmettere quella stessa conoscenza ad altri giovani.
Questo meccanismo funziona finché il banco conserva una proporzione sufficiente di individui informati. I modelli matematici indicano che basta una minoranza sorprendentemente esigua di leader, anche solo il diciotto per cento dei riproduttori esperti, per mantenere intatta la tradizione. Al di sopra di quella soglia, il banco ricorda. Al di sotto, dimentica.
E dimenticare, per un banco di aringhe, significa questo; nel 2016 è nata una coorte eccezionale, una delle più abbondanti della storia della specie. Milioni di giovani aringhe pronte a riprodursi per la prima volta, numerose come non accadeva da decenni. In condizioni normali, avrebbero trovato una folla di adulti esperti ad accoglierle durante lo svernamento, a mescolarsi con loro, a trascinarle verso sud. Invece hanno trovato quasi il vuoto. Anni di pesca selettiva avevano già provveduto a rimuovere sistematicamente gli esemplari più vecchi e grandi, quelli più pregiati sul mercato, quelli che per l’aringa sono anche i più preziosi come custodi di conoscenza. La generazione del 2016 si è trovata sola, senza insegnanti, con una soglia di memoria collettiva che era già da tempo crollata al di sotto del livello critico.
E così ha fatto quello che fanno tutti gli animali quando mancano le guide: ha trovato da sola la propria strada. Una strada più corta, più facile da percorrere con corpi ancora giovani e riserve energetiche limitate. Ha scelto le Lofoten, ottocento chilometri più a nord rispetto alle tradizionali aree di Møre. E qui la storia diventa ancora più sorprendente; i pochi adulti superstiti delle generazioni precedenti, invece di guidare i giovani verso sud, hanno finito per seguirli. La minoranza si è conformata alla maggioranza, invertendo il normale senso della trasmissione culturale. In pochi anni, una tradizione millenaria è stata riscritta.
Il cambiamento climatico ha fatto la sua parte come complice silenzioso. L’oceano più caldo ha prolungato la fioritura del Calanus finmarchicus, il piccolo crostaceo di cui le aringhe adulte si nutrono avidamente, trattenendole nelle zone di alimentazione più a lungo del solito, lontane dalla coorte del 2016, impedendo proprio quel contatto fisico necessario perché la memoria passi da un corpo all’altro.
Le conseguenze di questa perdita si irradiano verso l’intera catena alimentare costiera. Quando le aringhe si concentravano a Møre, trasportavano con sé energie enormi verso quelle latitudini. Le loro larve, portate dalle correnti lungo la costa, alimentavano i fiordi, i vivai costieri, le specie che da quella disponibilità prevedibile dipendevano. Fra queste, il pulcinella di mare, Fratercula arctica, uno degli uccelli marini più carismatici e vulnerabili del Nord Atlantico, che costruisce il proprio successo riproduttivo attorno alla disponibilità storica di larve di aringa. Con lo spostamento della deposizione verso nord, quella risorsa viene a mancare nel sud, e gli effetti a cascata sono ancora difficili da misurare nella loro interezza.
Eppure la storia non è necessariamente tragica fino in fondo. I biologi ipotizzano che le aringhe torneranno a Møre. La predisposizione genetica verso quegli ambienti favorevoli non è scomparsa, soltanto silenziata. Man mano che la popolazione crescerà, man mano che gli individui invecchieranno e acquisiranno la capacità fisica di compiere migrazioni più lunghe, quella spinta biologica ancestrale potrebbe riaffiorare. La cultura e la genetica coevolvono, si sostengono a vicenda: laddove il comportamento culturale aumenta la sopravvivenza, la selezione naturale tende a rinforzare le basi biologiche che lo rendono possibile.
Ma affinché il ritorno avvenga, e affinché non si ripeta lo stesso errore, la gestione della pesca dovrà cambiare profondamente. Non basta più contare i pesci, misurare la biomassa totale, confrontarla con le soglie di sicurezza. Bisogna iniziare a chiedersi quanti di quei pesci sono abbastanza vecchi, abbastanza esperti, abbastanza numerosi rispetto alle nuove reclute, da poter ancora svolgere il ruolo di insegnanti. Bisogna introdurre indicatori basati sull’età, preservare la longevità della popolazione, smettere di considerare gli esemplari più grandi e anziani come il premio più ambito della rete.
La Giornata Internazionale della Migrazione dei Pesci nasce per ricordare che i fiumi e i mari non sono semplicemente corridoi attraverso cui i pesci si spostano: sono spazi dove si trasmette la conoscenza, dove si costruisce e si conserva una cultura biologica straordinariamente complessa. L’aringa norvegese ci ha appena mostrato quanto velocemente quella cultura possa svanire, e quanto sia difficile ricostruirla una volta perduta. Il mare ha una memoria. Siamo noi a doverla proteggere.
(Autore: Paola Peresin)
(Foto: Wikipedia)
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