La pietra rimossa

Un’immagine del Presepe pasquale della parrocchia vittoriese di Santa Giustina

E’ stata un’immagine importante e significativa, ripresa in più occasioni nei giorni della Pasqua che stiamo vivendo. Ne hanno parlato in tanti in questo periodo, nelle occasioni più varie, dedicando proprio al tema della tomba vuota e della pietra rimossa riflessioni e approfondimenti di particolare pregnanza e spessore.

La risurrezione di Cristo sconvolge i piani dell’umanità, fa scoprire l’inedito e l’incredibile, mette a tema la vittoria della vita sulla morte proprio nel momento in cui le stesse si sono affrontate in un “prodigioso duello”. “… E’ proprio qui che la Pasqua rivela il suo senso più profondo – ha scritto Angelo Palmieri – Non fuori dal dolore, ma dentro di esso. Non come evasione dalla storia, ma come suo attraversamento. La fede cristiana non ci dice che il male non esiste. Non ci chiede di addolcire la croce. Ci consegna, piuttosto, la vertigine di un Dio che entra nella storia polverosa di ciascuno, che non fugge il patimento, che assume la notte senza smettere di amare. È questo che rende la Pasqua così sconvolgente: la morte non ha l’ultima parola. Il sepolcro non coincide con il destino. Il macigno può essere rimosso. E il Crocifisso non è il sigillo di una condanna definitiva, ma il punto estremo in cui l’amore di Dio si spinge fino a toccare l’abisso umano, dischiudendo orizzonti di speranza infinita”.

In questo senso – come hanno testimoniato con straordinaria poesia ed efficacia le sequenze cinematografiche di tante pellicole ispirate alle vicende della mattina di Pasqua – la tomba vuota diventa l’espressione manifesta di una novità assoluta, di un cambiamento impressionante, di un mutamento formidabile di prospettiva per le esistenze quotidiane di tutti e di ciascuno. La Pasqua non può essere dunque concepita come un avvenimento del passato da celebrare, una parentesi devota, una festa religiosa da rispettare semplicemente nell’arco degli appuntamenti annuali delle pratiche tradizionali dei credenti. Essa diventa l’annuncio di un qualcosa di sconvolgente, di una vitalità catastrofica, di una rinascita strettamente legata alla nostra necessità di senso, di visione del futuro, di speranza autentica.

Se qualcosa di veramente importante e decisivo è riuscito nell’impresa di togliere la pietra che impediva l’accesso al sepolcro, che seppelliva il dolore nelle lacrime, che bloccava la vita dentro il perimetro della morte, vuol dire che nulla è perduto, che tutto può cominciare e ricominciare, e che non è la morte ad avere l’ultima parola. Vuol dire, insomma, che nessuna notte è così buia da impedire all’aurora di arrivare.

La pietra rotolata via per la forza della resurrezione diventa dunque, icona, simbolo, immagine tangibile di un mondo nuovo da costruire insieme, nel quale ci aiutiamo a rimuovere i massi concreti che ostacolano i segni credibili di una vita buona e di un nuovo umanesimo ispirato a grandi valori e alti principi di socialità, solidarietà e di bene comune. Niente avviene senza il nostro contributo decisivo: se vogliamo cambiare stile, costruire una mentalità diversa, scoprire una vita in pienezza, gustare la vera felicità, dobbiamo mettere in moto processi di innovazione profonda nei confronti di noi stessi e nell’ambito delle relazioni di prossimità con chi ci sta accanto.

In pratica, la Pasqua diventa un eccezionale stimolo a fare verità sulle nostre persone e a mettere in campo una sensibilità di apertura e di attenzione verso coloro che incontriamo nel nostro cammino di ogni giorno. Scrive ancora Palmieri: “Se crediamo davvero nella Risurrezione, allora non possiamo limitarci a celebrarla. Dobbiamo incarnarla con trepidazione, a colpi di cuore. Dobbiamo diventare, per quanto possiamo, uomini e donne capaci di aiutare a rimuovere i massi: quelli dell’indifferenza, della miseria, della guerra, della solitudine, della dipendenza, della rassegnazione”.

Pietre pesanti, che ci impediscono di guardare, di vedere bene, di sentire nell’intimo, di muovere verso l’altro, di aiutare chi si trova in difficoltà, di condividere le storie di fatica e di fragilità.

Condividere, dunque, come hanno fatto sabato scorso a Treviso i promotori dell’associazione “La voce di Lisa” e tutti i partecipanti all’evento alla Loggia dei Cavalieri incentrato sulla mostra di ritratti di persone diversamente abili, intitolata “Io ci sono”, allestita grazie agli undici bellissimi scatti in bianco e nero del fotografo Enrico Colussi. Le storie dei singoli e delle loro famiglie hanno narrato le fatiche quotidiane ma anche la dignità, la forza, il coraggio e la voglia di esserci di ragazzi, giovani e adulti animati da una spirito indomito di bellezza, di pienezza, di sentimenti, di relazioni, di effettiva partecipazione alla vita “normale” delle nostre comunità, offrendo il loro apporto, l’originalità del loro contributo, l’entusiasmo e la genuinità della loro appartenenza al mondo e dei loro sogni da realizzare, insieme. Insieme, appunto, senza macigni nel cuore, senza pregiudizi e barriere, senza stereotipi, distrazioni e assenze, rimuovendo le pietre pesanti dell’egoismo, dell’autoreferenzialità, della presunzione di essere a posto, in regola, migliori degli altri, al di sopra di tutti.

Ecco, Pasqua ci dice questo, e ci invita a cambiare in profondità, per il bene nostro, per il bene di tutti, senza mai arrendersi dinanzi alle sconfitte amare, alle cadute rovinose, alle prove difficili, alla dura realtà di un sepolcro muto.

(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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