La più antica alleata del mare

Il 16 giugno si celebra la Giornata mondiale della tartaruga marina. Una data non arbitraria: coincide con il compleanno di Archie Carr, il biologo americano che negli anni Cinquanta fondò la Sea Turtle Conservancy e costruì le basi scientifiche di tutto ciò che sappiamo oggi su questi animali. Carr è morto nel 1987, ma la sua eredità è rimasta abbastanza solida da meritare una giornata internazionale.

Le tartarughe marine esistono da circa duecento milioni di anni. Hanno attraversato estinzioni di massa, glaciazioni, derive continentali. Hanno visto comparire e sparire i dinosauri. La loro morfologia di base è rimasta straordinariamente stabile nel tempo, il che nella storia evolutiva non è un segno di pigrizia ma di perfezione funzionale: un piano corporeo che funziona non si tocca.

Eppure, in meno di un secolo di pressione antropica, sei delle sette specie esistenti sono finite nelle categorie a rischio dell’IUCN. Le minacce principali sono note: catture accidentali nelle reti da pesca, ingestione di plastica scambiata per meduse, alterazione e distruzione delle spiagge di nidificazione, inquinamento luminoso che disorientano i neonati appena emersi dalla sabbia. A queste si aggiunge ora il cambiamento climatico, che altera la temperatura della sabbia e con essa il sesso degli embrioni (nelle tartarughe, come in molti rettili, la determinazione sessuale è termodipendente) e spinge le specie verso latitudini sempre più settentrionali.

Nel Mediterraneo la specie più comune è la Caretta caretta, la tartaruga comune. Non è un animale decorativo: svolge funzioni ecologiche precise. Si nutre di meduse e spugne, contribuendo a regolarne le popolazioni. Pascola le praterie di posidonia e fanerogame marine, mantenendole in salute. La sua presenza è un indicatore di qualità ambientale, nel senso più letterale del termine.

In Veneto, dove il litorale incontra le acque lagunari e il Delta del Po, la Caretta caretta è di casa molto più di quanto si pensi. Gli spiaggiamenti lungo la costa veneta sono in aumento da anni, complici le temperature crescenti del Nord Adriatico, e la Regione ha risposto con un protocollo approvato nell’agosto 2025 che coordina Capitanerie di Porto, ARPAV, università, centri di recupero e comuni costieri nella gestione dei ritrovamenti.

Ma la notizia più interessante degli ultimi mesi riguarda un ribaltamento di prospettiva. La Giunta regionale ha approvato all’inizio di giugno un progetto triennale con l’Università di Padova e il Parco regionale del Delta del Po per studiare la Caretta caretta non solo come specie da proteggere, ma come potenziale alleata contro il granchio blu. Il crostaceo americano Callinectes sapidus, arrivato nelle nostre acque negli anni Novanta e esploso demograficamente nell’ultimo decennio, sta devastando le coltivazioni di vongole e mitili dell’Alto Adriatico. La tartaruga marina ne è un predatore naturale. Un’ironia ecologica non priva di eleganza: la specie che proteggiamo da decenni potrebbe rivelarsi lo strumento più efficace per contenere un’invasione biologica che nessuna politica di pesca è riuscita finora ad arginare.

Resta da vedere se il progetto, 113.500 euro di budget, in buona parte finanziati da fondi europei FEAMPA, produrrà dati sufficienti a orientare una gestione concreta. Ma il solo fatto che la tartaruga smetta di essere percepita come un vincolo alla pesca e diventi invece una risorsa per l’ecosistema costiero è già, di per sé, un cambiamento di paradigma che vale la pena registrare.

Duecento milioni di anni di sopravvivenza, e forse la Caretta caretta ha ancora qualcosa da insegnarci su come si abita un mare.

(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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