Le api: 7000 anni di storia (e qualche equivoco da sfatare)

Oggi è la Giornata Mondiale delle Api. Un’occasione per raccontare uno degli insetti più straordinari e più fraintesi del pianeta.

Una donna su una liana, 7000 anni fa

Tutto comincia in una grotta spagnola. Le Cuevas de la Araña, nella valle del fiume Escalona, a Valencia, conservano quella che è forse la più antica testimonianza del rapporto tra l’essere umano e l’ape: una pittura rupestre di circa 7000 anni fa che raffigura, si noti bene nonostante il nome con cui è passata alla storia, non un uomo ma una donna, sospesa su liane mentre raccoglie favi da un buco nella roccia. Siamo nel neolitico. La fotografia non esiste ancora, e quella pittura non è un capriccio artistico: è un documento, una comunicazione precisa su come si faceva una cosa importante.

Più a est, le pitture delle Matopo Hills dello Zimbabwe mostrano l’uso del fumo per stanare le api, mentre quelle delle Firengi Hills in India insegnano la postura corretta per raggiungere i favi dell’Apis dorsata, la specie che costruisce le sue strutture direttamente sugli alberi. Prima ancora dell’alfabeto, l’umanità si tramandava istruzioni apistiche disegnate sulle pareti delle caverne.

Da quei favi preistorici ai geroglifici dell’antico Egitto, dai trattati ellenistici all’apicoltura moderna, non c’è civiltà umana in cui l’ape non abbia avuto un ruolo centrale. Il miele è stato per millenni uno dei pochissimi dolcificanti naturali disponibili; la cera d’api ha servito come impermeabilizzante, cosmetico e farmaco. Circa 5000 anni fa l’ape cessa di essere solo un’ospite selvatica e diventa animale domestico, al pari di capre, pecore e buoi, seguendo l’uomo nelle sue migrazioni fino a colonizzare oggi ogni continente, eccetto l’Antartide.

Una società di una complessità sconcertante

Aristotele, nel IV secolo a.C., fu il primo a chiedersi se dentro quell’apparente caos brulicante di un alveare si nascondesse qualcosa di intelligente. Non riuscì a rispondere, ma fece la domanda giusta.

La risposta è arrivata secoli dopo, grazie all’etologia. Le api sono eusociali, il che significa che hanno raggiunto il grado più alto di organizzazione sociale che si conosca in natura: individui di generazioni diverse convivono nella stessa colonia, le cure dei piccoli sono condivise da soggetti che non sono i genitori biologici, e una casta intera, le operaie, è sterile, eppure lavora senza sosta per allevare i figli altrui.

Dentro l’alveare circola una comunicazione chimica sofisticatissima. Le api operaie regolano temperatura e umidità attraverso recettori distribuiti su antenne e zampe e si scambiano continuamente cibo per rigurgito: ed è proprio così, per inciso, che il nettare dei fiori si trasforma in miele. Ma è uno scambio che porta anche informazioni, dati indispensabili per la vita della colonia.

Il paradosso dell’altruismo (risolto)

Come è possibile che l’ape operaia, che punge un intruso sapendo di morire, abbia avuto successo evolutivo? Darwin aveva dimostrato che la selezione naturale premia chi massimizza il proprio successo riproduttivo. Un’ape sterile che muore per difendere l’alveare sembra contraddirlo clamorosamente.

La chiave sta nella genetica. La regina è l’unica a deporre uova: quelle fecondate generano operaie o nuove regine, quelle non fecondate generano fuchi (i maschi). Le operaie, sorelle tra loro, condividono tre quarti del patrimonio genetico. Sacrificarsi per una sorella è quindi evolutivamente più vantaggioso che sacrificarsi per un proprio figlio, col quale si condivide solo la metà dei geni. L’altruismo, sotto questa luce, è egoismo genetico di altissima precisione.

La danza che vale un Nobel

Nel 1973, il Premio Nobel per la Fisiologia e la Medicina andò a tre fondatori dell’etologia: Konrad Lorenz, Nikolaas Tinbergen e Karl Ritter von Frisch. Quest’ultimo è il nome da tenere a mente quando si pensa alle api.

Von Frisch aveva osservato qualcosa di bizzarro: un’ape operaia torna all’alveare dopo aver trovato una nuova fonte di cibo, e pochi minuti dopo le sue sorelle raggiungono il fiore, non in gruppo, ma individualmente, come se ognuna avesse ricevuto coordinate precise. Il biologo capì che dentro l’alveare doveva avvenire una trasmissione di informazioni sulla localizzazione del cibo e si mise a cercarla.

Altri scienziati avevano già notato che le api, prima di condividere nettare e polline, si dimenavano seguendo uno schema a forma di otto. Fu von Frisch a decifrarne il significato. Con una serie di esperimenti ingegnosi scoprì che le api sono capaci di vedere raggi ultravioletti e luce polarizzata, che hanno una sorta di orologio interno in grado di calcolare la posizione del sole anche dopo ore trascorse al buio, e che riescono a tradurre il tempo nello spazio: ogni secondo di “oscillazioni danzerine” corrisponde a un chilometro di distanza. Una danza è una mappa. L’alveare è una sala briefing.

Le api stanno sparendo? (Sfatiamo un mito)

Qui il discorso si fa più delicato, e più importante.

Negli ultimi anni si è diffusa in modo capillare l’affermazione “le api stanno scomparendo”. È vera, ma va compresa con precisione, perché contiene un equivoco che rischia di distogliere l’attenzione dalla vera emergenza.

Quando gli scienziati parlano di declino degli impollinatori, si riferiscono alle api selvatiche: le circa 16.000 specie impollinatrici nel mondo (20.000 in totale), di cui 5000 in Europa e 1000 in Italia. Queste specie si sono evolute attraverso la selezione naturale e nessuno le alleva: quando perdono habitat, spariscono davvero.

L’Apis mellifera, quella che immaginate quando pensate a “un’ape”, quella dell’alveare e del miele, è invece una specie domestica, come il pollo o la vacca. I 600.000 apicoltori europei, con i loro 17 milioni di alveari, sono in grado di garantirne la sopravvivenza anche in caso di perdite: quando una colonia muore, ne viene creata un’altra. Affermare che questa ape rischi l’estinzione non ha senso scientifico.

Questo non significa che l’ape domestica stia bene. L’acaro Varroa destructor e l’ape africanizzata (ibrido da selezione artificiale) stanno colpendo duramente le popolazioni di alveari in tutto il mondo. L’uso sconsiderato di fitofarmaci in agricoltura pesa su entrambe le categorie, selvatiche e domestiche. Ma il punto è che confondere le due emergenze, presentare la crisi dell’ape domestica come sinonimo di crisi della biodiversità degli impollinatori, crea quello che il bestiario da cui questo articolo è tratto chiama giustamente “beewashing”: un allarme emotivamente potente ma scientificamente impreciso, che finisce per alimentare campagne simboliche intorno all’Apis mellifera mentre le api selvatiche, quelle davvero a rischio, restano nell’ombra.

La vera emergenza: gli impollinatori selvatici

Il 90% delle piante selvatiche da fiore dipende dagli impollinatori per riprodursi. Il 75% delle principali colture agrarie, il nostro cibo, ne beneficia in termini di resa e qualità. Gli impollinatori non sono solo api: sono insetti, rettili, uccelli, molluschi, pipistrelli, piccoli marsupiali. Ma le api selvatiche ne sono la componente più ricca e diversificata.

Il declino di queste specie è scientificamente documentato dall’inizio del secolo, ed è legato principalmente alla perdita e frammentazione degli habitat naturali. La IUCN, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura fondata nel 1948, ha istituito una Bees Red List, un elenco delle specie di api a rischio di estinzione, aggiornato da scienziati di tutto il mondo. È lì, non negli alveari degli apicoltori, che si misura la vera salute degli impollinatori del pianeta.

Conclusione: 7000 anni, e ancora tanto da imparare

Da una grotta spagnola a un Premio Nobel, dall’altruismo genetico alle danze di orientamento: le api hanno accompagnato la storia umana con una complessità che solo di recente cominciamo ad apprezzare davvero. Oggi, la Giornata Mondiale delle Api è un’occasione preziosa, ma lo è davvero solo se ci spinge a distinguere l’emozione dalla conoscenza, l’ape domestica da quella selvatica, il simbolo dalla realtà biologica.

Perché voler bene alle api senza capirle, alla fine, non le aiuta.

(Autore: Paola Peresin)
(Articolo di proprietà di Dplay Srl)
#Qdpnews.it riproduzione riservata

Related Posts