Le gioie degli altri

“Compersion” si può definire in psicologia la capacità genuina di gioire per la felicità altrui, per le conquiste degli altri, per i traguardi raggiunti da persone a noi più o meno vicine. In questo senso, proprio nel tempo che stiamo vivendo, in cui l’invidia e la gelosia fanno spesso da padrone nell’ordinario delle relazioni umane, si tratta di virtù rara.

Aveva quindi ragione il noto scrittore irlandese Oscar Wilde (Dublino, 1854 – Parigi, 1900) quando in una delle sue affermazioni ironiche e paradossali, ma molto aderenti alla realtà, aveva avuto modo di scrivere che “Tutti sono bravi a compatire i dolori di un amico, ma ci vuole un’anima veramente bella per godere dei suoi successi”. Tradotto: è vero, bisogna essere anime decisamente belle, buone, generose, fuori dal comune, per fare quello che molte persone non avrebbero mai in mente di fare, ossia gioire per le gioie degli altri.

Quanta fatica insostenibile per complimentarsi sinceramente, quale tentazione di stare lontano dalla felicità dei nostri simili, quanta voglia di chiamarsi fuori per far finta di non sapere e per non condividere i successi del nostro prossimo! La frase di Wilde mette a nudo una verità semplice che forse tanti conoscono, ma quasi nessuno riesce a confermare ad alta voce: è facile stare vicino a quanti soffrono a causa di problemi e difficoltà, ed è invece molto più difficile stare vicino a qualcuno che miete vittorie e si nutre di meritate soddisfazioni. Precisiamo: niente è facile al giorno d’oggi, soprattutto quando si parla di aiutare, sostenere e venire incontro a quanti patiscono, anche in silenzio, per le ragioni più disparate.

Se oggi parliamo infatti di “società delle solitudini”nel mondo occidentale, anche su scala planetaria, vuol dire che la distanza fra gli individui si fa sempre più profonda, che le forti relazioni sociali risolutive per tante situazioni di precarietà, di fatica e di dolore diventano in verità sempre più deboli, che la cura e la dedizione necessarie per fronteggiare le povertà materiali e spirituali sono ormai poco diffuse, lasciate spesso all’azione straordinaria quotidiana di un volontario che supplisce ruoli e compiti non svolti da altri.

Quindi, in conclusione, non appare sicuramente scontato parlare oggi di una sorta di “normalità” acquisita nel compatire i dolori altrui, in quando lo spirito del nostro tempo andrebbe in direzione esattamente opposta, ossia a promuovere l’egoismo e l’affermazione di se stessi  rispetto al senso vivo e concreta della solidarietà e dell’amicizia gratuita e disinteressata. In ogni caso, come sostiene qualcuno, quando un amico sta male è abbastanza facile essere presenti: si può portare cibo e fare visite, ascoltare per ore, mandare messaggi di sostegno, condividere il dolore.

In quel momento – potremmo dire in sintesi – tu sei il più forte, il più generoso, il più vicino. La tua posizione è confortante: stai dando, non ricevendo, e in qualche modo ti soddisfa anche l’espressione di riconoscenza che puoi ricevere dalla persona sorretta dal tuo aiuto. Al contrario, tutto cambia quando quell’amico ottiene qualcosa di bello: ad esempio, una promozione, un nuovo amore, un successo, un riconoscimento. All’improvviso, la persona in questione si ritrova in una posizione molto diversa, e quello che prova non è sempre autentica gioia. In verità, può subentrare qualcosa di più complicato: un confronto involontario, un senso di insoddisfazione nascosta, una domanda silenziosa sulle circostanze che producono frammenti di felicità  agli altri e, magari, contemporaneamente, delusioni a se stessi per obiettivi e progetti non realizzati. A riguardo, bisogna dire purtroppo che uno dei meccanismi più subdoli nelle relazioni umane è quello dell’invidia, pur presentandosi questa nel segno dell’amicizia. Ci sono infatti persone stimate, care, vicine, con le quali sei in dialogo e in confidenza, che in queste occasioni finiscono per minimizzare il tuo successo, per limitare la portata e il valore di quanto hai ottenuto con pieno merito, per cambiare rapidamente argomento, o uscire letteralmente di scena, ogni volta che occorrerebbe invece gioire per la bontà dei risultati ottenuti dalla persona tanto “amica”, un po’ meno magari nella specifica circostanza data. 

Qui sta la differenza, citata da Wilde, tra anima bella e anima non pienamente bella, non perché quest’ultima sia persona negativa, ma perché la stessa non ha sviluppato quella capacità preziosa e non comune di gioire genuinamente per la felicità di qualcun altro. Un’anima bella, in questo contesto, è quella che appartiene a colui che si avvale di tale maturità interiore da non sentire il successo altrui come una minaccia al proprio. Anzi, è propria di chi si illumina sinceramente quando condividi una buona notizia, di chi fa domande perché vuole capire come sei arrivato a questo brillante esito, di chi ti incoraggia ad andare oltre invece di trovare il modo per diminuire le ragioni e le dimensioni del tuo successo.

Parliamo di una virtù rara e squisita, abbiamo detto, ma che garantisce gioia e serenità in pienezza a tutti coloro che sanno sviluppare un’attitudine e una competenza emotiva così importante e difficile. E’ vero: le gioie degli altri vivono nelle anime più belle, espressione cordiale e vincente dell’umanità migliore.  

(Redazione di Qdpnews.it)
(Foto: Wikipedia)
(Articolo di proprietà di Dplay Srl)
#Qdpnews.it riproduzione riservata

Related Posts