Era il marzo del 1819 e Venezia aveva un problema: un elefante indiano, esposto in gabbia sulla Riva degli Schiavoni per l’intrattenimento dei turisti e l’ammirazione dell’Imperatore Francesco I d’Austria, non voleva saperne di risalire sull’imbarcazione che avrebbe dovuto riportarlo in terraferma. L’animale era descritto dalle cronache come docilissimo e intelligentissimo. Fu proprio quella intelligenza a renderlo pericoloso.
Quando le salve di artiglieria delle navi militari ormeggiate in bacino di San Marco cominciarono a rimbombare per il protocollo imperiale, l’elefante perse la pazienza. Travolse il giovane guardiano Camillo Rosa, di Rovigo, uccidendolo sul colpo, poi si diede alla fuga per le calli. Per tre giorni il pachiderma errò per la città, inseguito dai soldati austriaci che scaricarono addosso alla gran bestia parecchie fucilate senza fermarlo. La vicenda si concluse nella chiesa di Sant’Antonin, nel sestiere di Castello, dove l’animale si era rifugiato. Fu lì che la gendarmeria lo abbatté.
Il giorno stesso, a Padova, il direttore del Gabinetto di Scienze scrisse al Rettore per chiedere il corpo. L’elefante morì da intrattenimento e finì come oggetto di scienza: il suo scheletro è ancora oggi conservato al Museo di Zoologia dell’Università di Padova. A breve distanza dai fatti, il poeta Pietro Buratti compose 104 ottave in dialetto veneziano sull’intera vicenda, intitolate L’Elefanteide. Non mancò nemmeno un testo teatrale, messo in scena nel 1821.
Venezia aveva già incontrato l’elefante qualche decennio prima, in circostanze più pacifiche. Nel 1774 Pietro Longhi aveva dipinto l’arrivo in laguna dell’elefante Condolio, giunto per il Carnevale: la tela, commissionata da Marina Sagredo Pisani, ritrae la folla veneziana in maschera intorno al pachiderma con la curiosità mista di stupore e distanza che i contemporanei riservavano alle bestie esotiche. Il dipinto è oggi alle Gallerie d’Italia di Palazzo Leoni Montanari, a Vicenza. Ma c’è un elefante ancora più antico nel paesaggio veneto: sui reggistendardi bronzei di Piazza San Marco, opera di Alessandro Leopardi e collocati davanti alla Basilica dal 15 agosto 1505, un elefante con zanne e proboscide accompagna l’allegoria di Venezia come simbolo di prudenza e buon governo.
Il 12 agosto è la Giornata Mondiale dell’Elefante, istituita nel 2012 per richiamare l’attenzione sulla sopravvivenza di una delle specie più compromesse del pianeta. I numeri sono quelli di un collasso in corso: un secolo fa in Africa erano circa dodici milioni di individui. Oggi ne restano 415.000, e oltre ventimila vengono uccisi ogni anno per le zanne. L’elefante di foresta africano, il meno conosciuto delle due specie del continente, ha perso il 62% della sua popolazione in meno di dieci anni. L’elefante asiatico occupa appena il 5% del suo areale storico.
Ciò che la storia veneziana del 1819 restituisce, con la precisione involontaria dei documenti d’archivio, è la struttura di un rapporto che non è cambiato nelle sue fondamenta: l’animale catturato, trasportato, esibito, fuggito e infine ucciso per impedirgli di causare ulteriori danni. La logica dell’intrattenimento che si trasforma in logica dell’eliminazione nel momento in cui l’animale smette di essere controllabile. È la stessa logica che governa ancora oggi la gestione degli elefanti in cattività in molte parti del mondo, e che il commercio illegale di avorio porta alle estreme conseguenze nei corridoi ecologici dell’Africa centrale.
L’elefante di Sant’Antonin non era un problema faunistico. Era una bestia esotica, un oggetto di curiosità, una presenza tollerata finché si comportava come previsto. Quando smise di farlo, Venezia non aveva nessuno strumento per gestirlo, solo le fucilate. Duecento anni dopo, il problema è di scala planetaria, ma la logica è rimasta la stessa.
(Autore: Paola Peresin)
(Foto: Ab. Unsplash.com)
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