Ci sono fasi nella vita nelle quali, solitamente, si fa fatica a essere ottimisti, dinamici, innovativi, in qualche modo appassionati di cose inedite. E sono di regola le stagioni in cui gli anni si sommano, l’età avanza, lo sguardo sembra più rivolto alle cose del passato rispetto a quelle che attendono in futuro, più o meno vicino.
Sembra in effetti che il trascorrere delle tante primavere – anche se fortunato magari a livello individuale, in buona salute fisica, mentale e relazionale – possa portare con sé una sorta di inarrestabile declino, o quanto meno la percezione che le persone non sono più in grado di affrontare l’esistenza con quello spirito favorevole di fiduciosa attesa e di cambiamento che aveva contraddistinto la vicenda dei singoli fino a quel momento.
Ovvio, naturale, potrebbe dire qualcuno: tutto ciò sarebbe previsto e compreso nel ciclo ordinario e consueto della vicenda umana, che al periodo di freschezza e intraprendenza della fase giovane e matura abbinerebbe poi una certa staticità e stanchezza di percorsi e di progetti nel tempo successivo, di un’età sicuramente più libera da costrizioni e impegni ma anche più tarda e più lenta, inevitabilmente. Eppure, non tutto appare così scontato, anzi.
Ce lo ricorda in particolare una citazione di un testo della poetessa statunitense Emily Dickinson (1830 – 1886), considerata tra i maggiori lirici moderni: “Noi non diventiamo vecchi con gli anni, ma più nuovi ogni giorno”. Questa frase va contro tutto quello che si dice di solito sull’invecchiamento e sul tempo che passa, per cui “nonostante gli anni restiamo giovani”. Non è una frase sulla resistenza o sulla negazione dell’età. È una frase sulla direzione del cambiamento: più nuovi ogni giorno, non meno. Come se il tempo, invece di consumare e sottrarre, aggiungesse qualcosa di continuamente inedito.
Dickinson rovescia il modello standard con una sola frase. Infatti, di solito si pensa all’invecchiamento come a un progressivo impoverimento: si perdono la freschezza, l’energia, le possibilità. Si diventa “vecchi” nel senso di consumati, ripetitivi, privi di sorprese per se stessi e per gli altri. La frase in questione, invece, afferma il contrario: ogni giorno che passa aggiunge qualcosa che non c’era ieri, ossia un’esperienza nuova, una comprensione nuova, una sfumatura inedita nel modo di vedere le cose familiari. Chi invecchia così – chi rimane autenticamente aperto a quello che ogni giornata porta, anche piccola, anche ordinaria – non si cristallizza. Resta mobile, curioso, capace di sorprendersi ancora.
Questa non è una questione di età anagrafica; non dipende da quanti anni hai sulla carta d’identità. È una dimensione interiore che si sceglie e si coltiva. Si può avere vent’anni ed essere già vecchi nel senso di chiusi, ripetitivi, incapaci di novità vera. Si può avere ottant’anni ed essere genuinamente più nuovi di ieri. Ne abbiamo personale convinzione ormai da molto tempo, laddove ad esempio si considerino l’importanza, la vitalità e la straordinaria esperienza culturale e sociale delle Università della Terza Età, largamente diffuse sul nostro territorio. Si tratta di un’esperienza solidale e comunitaria che offre agli allievi formidabili opportunità per stare al passo con i tempi, per dibattere ed istruirsi su temi di attualità, per approfondire argomenti di rilievo in campo umanistico e scientifico, per visitare insieme sedi e luoghi mai conosciuti prima, per sperimentarsi in laboratori e attività che mettono in evidenza talenti e qualità individuali magari inespressi prima di allora, o svelati solo in parte durante gli anni più direttamente impegnati a livello familiare e professionale.
Di fatto, queste speciali Università in ambito locale donano “più vita ai giorni” di persone che non sono più giovanissime secondo i tradizionali canoni dell’età, ma che si mettono nella disponibilità di diventare un qualcosa di diverso, di migliore, di cambiato e più ricco nell’intelligenza e nei sentimenti grazie alla scelta decisa di essere componente attiva di programmi di formazione continua. Si tratta di persone che vivono serenamente, senza ansie e pessimismi, la fase presente della loro vita, non in solitudine, ma con l’opzione precisa di essere insieme agli altri, e di essere già per questo protagoniste di una novità favorevole e positiva che non risulterebbe invece dalla non accettazione dello scorrere del tempo. La frase della letterata americana non rappresenta una consolazione, ma delinea una condizione precisa. Dice: il tempo ti rende più nuovo se lo lasci fare, se non ti irrigidisci contro di lui.
Se porti ogni giorno un’apertura autentica e fiduciosa verso il presente e verso il futuro – anche piccola, anche in cose ordinarie, anche solo nella disponibilità a vedere qualcosa di diverso in quello che già conosci – il tempo deposita, non consuma, aggiunge strati di verità, di conoscenza e di esperienza. E quello che aggiunge non è riempimento vuoto: è specificità crescente, originale, sicuramente innovativa. Vivere con questa consapevolezza il tempo che ci è affidato, diventando “più nuovi ogni giorno”, non si traduce in un privilegio riservato a pochi. Diventa una scelta quotidiana alla portata di tutti che si rinnova ogni mattina, e che richiede soltanto la volontà e la disponibilità ad accogliere al meglio il dono del tempo che passa, in pienezza.
(Autore: Marco Zabotti)
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