Lo dicono in tanti: quest’anno, la ripresa delle attività consuete di ogni giorno, alla fine della pausa estiva, è apparsa più veloce, più frenetica, più intensa nei ritmi e nelle modalità di svolgimento e di programmazione delle cose da fare.
Nonostante il gran caldo che ci ha accompagnato sino a questa prima fase autunnale, siamo un po’ tutti alle prese con le corse faticose, gli impegni in velocità, le tappe di avvicinamento alle scadenze vissute spesso in maniera accelerata, sino al punto di rischiare di ritrovarci affaticati, addirittura estenuati, prima ancora di entrare nel bel mezzo della nuova stagione di lavoro e di presenza negli appuntamenti dell’esistenza di ogni giorno. Sempre più veloci, con andature sempre più sostenute, spinti da un malcelato desiderio di non perdere nulla dell’esistente e del possibile, timorosi di non poter sfruttare appieno tutte le opportunità che si renderebbero manifeste, afflitti al solo pensiero di non aver trovato il passo giusto e le coordinate temporali adeguate per riuscire affrontare al meglio, al top, da vincenti a tutti i costi, le sfide importanti delle attuali dinamiche sociali.
Si corre sempre di più, non solo in senso figurato, come dimostrano le velocità paurose di tante macchine che sfrecciano sulle strade in troppe occasioni anche dentro i perimetri urbani, incuranti del codice stradale, mettendo seriamente repentaglio la sicurezza, l’incolumità, la vita fisica delle persone.
“Più piano!”, esclamiamo istintivamente in questi casi, volendo richiamare la responsabilità di chi guida troppo forte, di chi non riesce a rispettare le norme per la corretta circolazione dei veicoli, di chi non comprende come il suo comportamento sia assolutamente deleterio, rischioso nei fatti concreti per l’autentico bene dei singoli e dell’intera comunità.
Certo, più piano – anche per effetto di controlli e sanzioni – devono andare questi autisti nell’interesse di loro stessi e di tutta la collettività: non possiamo continuare a pagare il prezzo altissimo e insostenibile di incidenti con vittime, feriti, tragedie personali e familiari, e di costi sociali enormi, a causa dell’ebbrezza, della disattenzione, delle manovre spericolate e delle (a volte) condotte criminose di chi è irresponsabilmente alla guida di questi veicoli.
Al tempo stesso, e al di fuori dei contesti e degli esempi riguardanti le corse sulle strade, più piano dobbiamo imparare a procedere anche noi, per contribuire a rendere migliore la nostra vita e quelle degli altri. Nelle nostre consuetudini, nello stile acquisito a livello ampio e diffuso, in tante relazioni interpersonali, infatti, siamo costantemente in preda a una sorta di smania continua, di rapidità immotivata e incontrollata, di interlocuzione affrettata e, troppo spesso, superficiale e disattenta con chi ci sta accanto.
Facciamo fatica a salutare, a parlare sul serio, a dialogare, a capire le ragioni altrui, a interessarci delle vicende del prossimo, a dedicare spazi alla riflessione e alla lettura, a riservare momenti per la pacatezza, la pausa, l’andatura lenta, a delineare tempi certi per la verifica seria delle cose che facciamo, e per la progettazione puntuale e meditata di quello che vogliamo realizzare. In uno stato di frenesia permanente, passiamo da un’azione a un’altra, da un’esperienza a un’altra, da un lavoro a un altro come sospinti da un’invincibile attitudine alla velocità, senza se e senza ma.
“Chi si ferma è perduto”, recita il famoso adagio, che andrebbe declinato nella necessità di non bloccarci di fronte alle difficoltà, di non stoppare di fronte alle paure, di non desistere di fronte agli inevitabili disagi e ai consueti imprevisti della vita di ogni giorno, pena la nostra sconfitta temporanea e, poi, alla lunga, definitiva. Oggi, forse, dovremmo imparare che la nostra salute e il nostro benessere hanno bisogno di ritmi rallentati, di sconfiggere l’iperattività, di ridurre il perenne agire a grande velocità, a ritmi sempre più elevati, perché così ci verrebbe richiesto.
Più piano, non più forte, si entra al meglio nella profondità della vita, come ci insegnano il cibo slow, il turismo slow, le relazioni slow, ossia tutte quelle esperienze che possiamo praticare in maniera lenta, più lenta. “Slow”, appunto, in lingua inglese, aggettivo entrato ormai nelle consuetudini e nei riferimenti delle azioni migliori, nei più svariati campi, a livello internazionale. Intendiamoci: non stiamo facendo l’elogio dei tempi morti, dei continui rinvii, delle posture attendiste, di coloro che non amano muoversi e sbrigarsi nei loro compiti e negli incontri con gli altri. Insomma, di coloro che vanno troppo piano, e così perdono il senso, il calore, l’efficacia, la bellezza e i tempi giusti dell’esistenza quotidiana.
Semplicemente, siamo certi che decidere di andare più piano possa essere davvero una risposta intelligente e favorevole alle provocazioni della nostra epoca, per essere più umani, più vicini, più profondi, più veri. Senza scappare via, ogni volta, perché non c’è tempo. Andando più piano, ritroveremo per noi, a disposizione, tutto il tempo che pensavamo perduto, perché eravamo troppo di corsa, e non riuscivamo a entrare di fretta nel mistero della vita buona, più lenta e felice.
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