Sono piccoli segnali, ancora rari, ma presenti, sicuramente incoraggianti. In maniera afflitta e sconsolata, sembravamo ripetere fino a ieri “niente di nuovo sul fronte” dell’informazione, prendendo letteralmente spunto dal famoso romanzo sulla Grande Guerra dello scrittore tedesco Eric Maria Remarque “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, diventato anche tre volte soggetto da film, fino alla conquista dell’Oscar da parte dell’ultima versione internazionale del 2022.
Che cosa infatti diventa comune e condiviso in tante conversazioni e prese di posizione, in privato e in pubblico, molto più di quello che potrebbe apparire? Il fatto che siamo circondati da una comunicazione su stampa, televisione, radio e web che sembra concentrarsi in maniera quasi esclusiva sulle questioni più negative, sui fatti di “cronaca nera”, sugli avvenimenti che destano impressione, paura, inquietudine e preoccupazione.
Come scrive il giornalista Claudio Cerasa nel suo interessante volume di recente pubblicazione “L’antidoto”, il pessimismo risulta “decisamente più impattante dell’ottimismo. Il pessimismo ti colpisce, l’ottimismo ti rassicura, Il pessimismo scuote, l’ottimismo ti calma. Il pessimismo ti cattura, l’ottimismo ti distende. E questo meccanismo perverso ti porta ad alimentare una spirale tossica all’interno della quale le uniche notizie considerate nobili, le uniche notizie per così dire scomode, scusate la parola, le uniche in grado di mettere il giornalista sul piedistallo della verità, diventano quelle negative, quelle drammatiche, quelle allarmiste, quelle catastrofiste”.
In questo panorama così complesso e problematico, colpiscono i segnali in controtendenza, i modi di raccontare e di impaginare che fanno capire che non tutto è acquisito e su questa linea, ma che sotto sotto ci sono pensieri, ragionamenti ed espressioni comunicative che cercano nuove vie, che indicano nuove strade. Qualcosa cambia, dunque. E lo abbiamo notato proprio in queste ultime settimane, in questi ultimi giorni. Certo, da punti di osservazione piccoli e ridotti, ma con tutta l’intenzione di avviare una riflessione più larga e diffusa, per il bene di tutti.
In questo senso, ci hanno colpito in positivo le cronache relative all’eccezionale gara di solidarietà per i ragazzi feriti nel tremendo rogo di Capodanno nel locale Constellation di Crans-Montana: qualcosa che è andato ben oltre i buoni sentimenti, ma che ha scavato i volti, le storie, le disponibilità alle donazioni nelle banche dei tessuti, la straordinaria dedizione dei medici e degli infermieri nei reparti ospedalieri, le narrazioni commosse di speranza e di gratitudine dei familiari dei giovani coinvolti.
Ancora, nei servizi di apertura delle pagine di attualità di quotidiani locali abbiamo letto del nuovo libro biografico “Sammy, una vita da abbracciare” scritto da Laura Lucchin e Amerigo Basso, i genitori di Sammy Basso, il biologo veneto affetto da progeria morto nel 2024 a soli 28 anni di età, che ha lasciato un segno indelebile per il suo amore alla vita e la sua passione per la scienza, le sua profonde idealità umane e cristiane coltivate attraverso amicizie bellissime.
Inoltre, ci hanno favorevolmente impressionato due storie quotidiane che sono state portate all’attenzione dell’opinione pubblica trevigiana pochi giorni orsono: la prima raccontava del felice inserimento da anni come docente in una scuola di una insegnante portatrice della sindrome di Down, la seconda della formidabile iniziativa di mobilitazione di una classe di un liceo a sostegno di un compagno di classe alla prese con una malattia e con i suoi sogni intatti di futuro umano e professionale.
Che cosa ha sorpreso? Ebbene, hanno fatto specie, finalmente, in tutti questi casi – specie quelli narrati sui quotidiani – il rilievo, lo spazio dedicato, la centralità, il richiamo di prima pagina. Non abbiamo visto dei testi confinati in una sorta di limbo riservato alla cronaca bianca, ma abbiamo notato con vivo piacere che queste notizie hanno assunto un ruolo centrale, primario, fondamentale nella costruzione della narrazione giornalistica.
Tradotto: benissimo gli speciali di qualche grande testata nazionale che dedica un fascicolo speciale settimanale alle “buone notizie”, ma ormai è tempo di avere più coraggio, di cambiare registro, di dare valore a fatti di cronaca che non sono a parte, ma sono dentro la vita quotidiana, vera, concreta delle persone. Hanno un unico “difetto”: non sono cronaca nera, come vorrebbe la vulgata che va per la maggiore sui grandi network dell’informazione, in tutte le salse, a ogni ora, fino a generare il rischio di quella “società dell’angoscia” contro la quale il sociologo Han ha scritto un ottimo pamphlet, degno di vaste letture.
Questa cosiddetta “cronaca bianca – usiamo ancora questo termine – non è una diminuzione, una subordinata, un generico input all’ottimismo, una cornice o un semplice riempitivo: è parte integrante delle nostre esistenze, racconto di storie private che diventano motivo di costruzione autentica della comunità, ragioni evidenti per cui una società si rafforza e diventa ogni giorno migliore grazie all’esempio di chi soffre, lavora, lotta, dona, ama convintamente, senza riserve e senza alternative.
Una rondine, qualche rondine non fa primavera? E’ troppo presto per esultare, e per dire che finalmente “qualcosa di nuovo” si avverte? Forse sì, ma tutto parte sempre dal basso, comincia pian piano: cittadini consapevoli e lettori esigenti possono diventare una leva autentica di cambiamento nel segno della fiducia e della speranza nell’umanità, a partire proprio dalle comunità locali.
(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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