Senza paura

Ce lo diciamo spesso, in privato e in pubblico: nella stagione inquieta e problematica che stiamo vivendo, a cominciare dalla dimensione dei conflitti internazionali, siamo frenati dalle paure, siamo bloccati dai timori, siamo attraversati da piccole e grandi angosce quotidiane che ci mettono nella condizione di fermarci, di attendere, di non dar seguito alle nostre iniziative e ai nostri progetti.

Si tratta in effetti di un qualcosa che non avevamo sperimentato in queste forme negli anni passati, nei quali le tragedie delle guerre in varie parti del mondo non avevano la tristissima consistenza, tragicità e attualità del nostro tempo, da un lato. Dall’altro, si assiste a continui episodi negativi che ci convincono di una sorta di quasi inarrestabile degrado nei rapporti umani, al ricorso diffuso e preoccupante alla violenza per cercare di risolvere questioni e controversie di carattere familiare e sociale, a un senso diffuso di vuoto e di sfiducia nelle vite di tante persone, a delineare nel complesso un quadro poco confortante sulla situazione dell’umanità di oggi.

Tutto ciò – va detto – risulta in qualche modo amplificato, aggravato, reso ancora più difficile e inquietante da una comunicazione costante, 24 ore su 24, dei mass media e dei moderni strumenti social che rendono ancora più acuta e preoccupante la situazione planetaria e locale, sotto i nostri occhi, dentro la nostra mente e il nostro cuore. E’ come se di fronte alle notizie e alle immagini inarrestabili di male che entrano prepotentemente, spesso senza filtri, nelle nostre case, non riuscissimo a trovare conforto, alternativa, giustificazione.

La vicenda è talmente invadente e diffusa da assumere dei tratti e delle caratteristiche generalmente riferibili all’intera collettività odierna, al punto che il sociologo Han ha intitolato il suo ultimo lavoro “Contro la società dell’angoscia”, spiegando che “stiamo barattando l’empatia, la solidarietà, la stessa capacità di pensare e di raccontare la nostra esistenza con un eterno presente sovraccarico di informazioni disorientanti, ansie da prestazione, solitudine”.

Proprio così: il risultato di questi fenomeni comunicativi a senso unico, impegnati quasi esclusivamente a narrare le negatività che ci affliggono, ci mette nella condizione spesso di essere inerti, bloccati, angosciati appunto, incapaci di una reazione importante  e significativa, poco inclini a far valere  le nostre giuste istanze di cittadini consapevoli dei propri diritti e doveri, impegnati a dare il proprio contributo per una società migliore.

Ecco, dunque, il grave rischio, che potrebbe compromettere la nostra serena proiezione verso la vita condivisa di comunità: essere attanagliati dalla paura, essere vinti da un pessimismo che non muove a cambiare la situazione delle cose, essere inerti a causa di una nostra incapacità psicologica di intravvedere delle reali opportunità positive per il futuro di noi stessi e di chi ci vive accanto.

Non è una questione da poco: sono in discussione lo stato d’animo, l’equilibrio di fondo, l’approccio giusto e meditato a una visione d’insieme che dovrebbe motivarci all’azione convinta e costruttiva verso il mondo che ci circonda, come persone e come cittadini, e che invece rischia di essere contrassegnato da un senso letterale e invincibile di “angoscia” davvero negativo, distruttivo, per niente produttivo di sentimenti, pensieri  e intenti efficaci e favorevoli.

Ma non è tutto: a questo quadro già pericolosamente problematico, si aggiungono le nostre personali “paure”, quelle classiche, quelle consuete, quelle che si riferiscono al nostro stare quotidiano dentro le vicende normali dell’esistenza. Spesso fermiamo decisioni e progetti importanti perché non riusciamo a vedere bene la prospettiva, oltre il contingente, e non ci fidiamo abbastanza del nostro fiuto, della nostra intraprendenza, della nostra creatività innovativa.

A volte succede che temiamo fortemente il giudizio altrui, per cui non diamo seguito alle nostre iniziative proprio per il timore di non incontrare lo sguardo e il commento a sostegno da parte degli altri a noi vicini, ossia familiari, amici e conoscenti. Altre volte ancora preferiamo le salde certezze del nostro lavoro e delle nostre relazioni di ogni giorno, anche se non proprio esaltanti, rispetto alle incognite e alle variabili delle possibili novità, anche se queste andrebbero molto probabilmente a cambiare in meglio il nostro stato abituale di vita. Paure giustificate o ingiustificate. Comunque, paure bloccanti, difensive, che ci fermano al palo, che non ci abilitano alla corsa, che ci fanno trattenere il respiro, che ci invitano a bloccare il passo, e a non proseguire.

Ecco, tutto questo deve essere da noi stessi ben esaminato, riconosciuto, chiamato per nome. Le incertezze e le fragilità, i dubbi e gli interrogativi, i timori e le preoccupazioni per il futuro appartengono certamente alla nostra condizione umana, di tutti i giorni. Ma non possiamo cedere alla paura, perché la nostra vita diverrebbe un eterno punto interrogativo, frenante di qualsiasi spinta all’azione, orientato solo a mantenere lo “status quo”, a non favorire le decisioni giuste, le scelte opportune, le opzioni decisive.

Pertanto, non dobbiamo avere paura: dobbiamo solo discernere le situazioni con realismo ed equilibrio, valutare bene, non farci prendere da timori eccessivi, affidarsi sempre a una positività di fondo, coltivare la speranza come “combattiva tenerezza” per affrontare le situazioni e cambiare in meglio. Non serve a nulla diventare cupi e pessimisti, cittadini inerti e bloccati: ci meritiamo tutti di vivere con vigore, passione, entusiasmo, concretezza e fiducia le opere e i giorni dell’umanità del nostro tempo.

(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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