Il termine sembra (quasi) entrato ormai nel linguaggio corrente, a declinare in italiano l’idea di “eliminare il disordine, fare spazio, sgombrare”. In pratica, la parola inglese “decluttering” – spesso tanto evocata proprio durante il periodo estivo della pulizia e della sistemazione degli ambienti di casa – significa “l’azione di togliere di mezzo tutte le cose che non servono più”.
Come si comprende bene, i rimandi alle pratiche quotidiane domestiche, e non solo, sono più che mai evidenti, e danno il senso di un fattore importante che riguarda tutti, indistintamente, nel nostro rapporto con il mondo.
Forse non serve attardarci a ricordare come nella nostra esistenza di ogni giorno siamo circondati di oggetti abbondanti, a volte addirittura straripanti ed eccessivi, frutti di acquisti e utilizzi di tempi passati ma che, nonostante tutto, continuano a impegnare spazi qualificati del nostro ambiente vitale.
Si fa molta fatica a privarsi di questi elementi, a toglierli definitivamente dalla scena utile, addirittura a pensare noi stessi senza quei riferimenti certi entrati da tempo nelle nostre pratiche, nelle nostre visioni, nelle nostre certezze.
A poco importa che essi non corrispondano più a determinate e specifiche finalità correnti, in quanto frutto di convincimenti e usi legati a vicende già trascorse, a tecnologie superate, a mode decisamente consumate e obsolete. Sono come una sorta di accompagnamento, un deposito di sicurezze, un bacino di garanzie, comunque, delle stagioni ormai alle nostre spalle.
Nell’elenco di queste cose che “non servono più” troviamo di tutto, dai libri ai vestiti, dai piccoli elettrodomestici ai sistemi di comfort, dagli arredi agli oggetti minuti, dalle scarpe ai materiali di cancelleria, dalle giacenze di memoria scritta ai regali privati per vari motivi della loro motivazione per l’oggi.
In pratica, si tratta di un accumulo seriale di oggetti scadenti e scaduti, di ogni dimensione, dalla più modesta alla più ingombrante, che hanno sicuramente esaurito il loro compito, concluso la loro “mission”, terminato il senso stesso del loro essere ordinatamente archiviati e riposti negli spazi adeguati di casa.
A un certo punto, la situazione diventa non più gestibile in angoli e stanze sempre più ridotti e insufficienti, e allora l’operazione mille volte rinviata di procedere con le pulizie, la cernita dell’inutile e lo sgombero diventa una necessità inderogabile e improcrastinabile.
E l’estate, da questo punto di vista, diventa una stagione favorevole per mettere in moto un processo – in solitudine, o condiviso – finalizzato al progressivo disfarsi di questi oggetti senza più scopo e utilizzo, magari con più tempo a disposizione per compiere un’opera equilibrata, meditata e ordinata.
La questione – non banale per quanto riguarda una disposizione razionale e conveniente degli spazi all’interno dei locali frequentati per ragioni di vita familiare o professionale – pone però una riflessione a monte, sul nostro rapporto con le cose e sulla necessità che ci facciamo convinti di essere molto più importanti degli oggetti inanimati che ci circondano, e dai quali fatichiamo molto a staccarci, fino al punto alcune volte di rendere impraticabili, o almeno difficilmente vivibili, i nostri ambienti esistenziali.
In alcune circostanze, infatti, ci sarebbe bisogno molto prima di impegnarsi per sgombrare il campo da questi accumuli confusi di materiale, che concorrono a rendere più complicata l’esperienza di ogni giorno, anche se ragioni sincere di affetto o di memoria hanno determinato all’inizio la nostra volontà di a conservare al meglio ogni cosa.
Fa molto bene infatti, anche alla nostra salute psicologica e alle nostre dinamiche interiori, la decisione di abbandonare in tempi ragionevoli le cose che non servono più, di liberarci da tutta una serie di oggetti che rischiano di opprimerci per la loro quantità e il loro volume, di destinare le porzioni svuotate di abitazioni e uffici a scopi più moderni e funzionali, dedicati a una migliore qualità della vita.
Si sta molto meglio a contatto con l’essenzialità, con la pulizia, con l’ordine, avendo abbandonato definitivamente al loro destino una marea di oggetti che non servivano più alle nostre attività, ai nostri pensieri, alla nostra sana consuetudine di relazioni e di incontri con il mondo circostante.
Le cose passano – dobbiamo farcene una ragione – e perdono anche il loro valore, e non possiamo rifugiarci in meccanismi di ricordi e nostalgie fini a se stessi. Ciò non significa, ad esempio, sminuire l’importanza degli archivi, ma vuol dire attribuire a loro il giusto posto e ruolo dentro le strutture apposite della memoria individuale e collettiva.
“Decluttering”, pertanto, può diventare un’occasione preziosa per fare ordine dentro e fuori di noi, per liberarci da tutto quello che può diventare ingombro serie e impedimento reale, per valutare più attentamente le cose buone da acquistare, mantenere e custodire in futuro, per stabilire un rapporto giusto corretto con ciò che rappresenta altro dall’umanesimo che siamo, e che vogliamo vivere in pienezza.
(Autore: redazione Qdpnews.it)
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