Ricorre questa settimana lo Shark Awareness Day, ma la sua utilità comunicativa vale ben più di una data sul calendario: serve a correggere uno squilibrio cognitivo che nessuna campagna informativa, finora, è riuscita a smontare del tutto. In Veneto, in Adriatico, lo squilibrio è particolarmente istruttivo, perché qui la specie percepita come minaccia è anche la specie realmente minacciata.
L’Adriatico settentrionale non è un mare privo di squali, come vuole la vulgata costiera, ma un mare dove gli squali sono diventati rari per ragioni che raccontano più sulla nostra gestione che sulla loro biologia. Le specie storicamente presenti includono il palombo (Mustelus mustelus), lo spinarolo (Squalus acanthias), il gattuccio (Scyliorhinus canicula) e, più al largo, lo squalo blu (Prionace glauca). La verdesca frequenta le acque profonde dell’Adriatico meridionale e centrale con maggiore regolarità che quello settentrionale, dove il fondale basso e la salinità ridotta dagli apporti fluviali ne limitano la presenza stabile. Lo squalo elefante (Cetorhinus maximus), planctofago innocuo, compare in avvistamenti sporadici. Lo squalo angelo (Squatina squatina), un tempo comune sui fondali sabbiosi, è oggi criticamente minacciato a livello mediterraneo: la sua scomparsa dai mercati ittici locali non è un dato aneddotico, è un indicatore di collasso di popolazione documentato dalla IUCN.
Nessuna di queste specie rappresenta un pericolo per la balneazione. Lo squalo bianco (Carcharodon carcharias) è storicamente documentato nel Mediterraneo, incluso l’Adriatico, ma gli avvistamenti confermati nell’alto Adriatico restano eventi rarissimi e non incidono in alcun modo sul calcolo del rischio reale per un bagnante in Veneto. Qui si arriva al nodo che lo Shark Awareness Day dovrebbe davvero mettere a fuoco: la gestione del rischio, non la tassonomia.
Il rischio va gestito su basi probabilistiche, non su basi narrative. Gli attacchi di squalo documentati in tutto il Mediterraneo sono, su base storica, dell’ordine di poche decine in oltre un secolo, e la stragrande maggioranza non è mortale. Il rischio di annegamento, di colpo di calore, di incidente nautico o persino di puntura di tracina supera di ordini di grandezza qualunque rischio associato alla presenza di squali sulle coste venete. Questo non è un’affermazione rassicurante di circostanza: è un dato che qualunque protocollo di gestione adattativa del rischio costiero dovrebbe utilizzare come riferimento primario, invece di rincorrere l’allarme generato da un avvistamento isolato amplificato dai social.
Il meccanismo è lo stesso già descritto per altre crisi percettive in ambito faunistico: un evento raro, reso virale, produce un credito narrativo sproporzionato rispetto al suo credito epistemico, cioè al peso che quell’evento dovrebbe avere in una valutazione statisticamente fondata. La differenza, rispetto al lupo o all’orso, è che qui non esiste un piano di gestione strutturato per lo squalo bianco in Adriatico, non perché la specie sia esclusa a priori da una logica di coesistenza, ma perché la sua frequenza di presenza non genera, allo stato attuale dei dati, un’esigenza gestionale comparabile. Esiste però un problema di comunicazione del rischio, che è diverso e che riguarda le autorità costiere, i media locali e la capacità delle amministrazioni di rispondere a un avvistamento con protocolli proporzionati (chiusura temporanea, monitoraggio, informazione) invece che con la chiusura permanente dell’immaginario collettivo nei confronti della specie.
Sul fronte opposto, il rischio che gli squali corrono per mano nostra è sistematico e misurabile: bycatch nella pesca a strascico, finning nelle acque internazionali, degrado degli habitat bentonici che ospitano le nursery. Le popolazioni di squali e razze nel Mediterraneo sono tra le più depauperate al mondo per un gruppo tassonomico intero, con oltre la metà delle specie valutate in una categoria di minaccia IUCN. La sproporzione tra la paura che generano e il pericolo che corrono è la vera statistica da comunicare, oggi.
(Autore: Paola Peresin)
(Foto: Ab. Unsplash.com)
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