Un certo sguardo

Il titolo odierno deriva da una famosa sezione del Festival internazionale del Cinema di Cannes, dedicata a temi e registi innovativi e significativi nel panorama delle opere mondiali inserite nella prestigiosa selezione della città francese. “Un certain regard”, “un certo sguardo”, appunto, che pone l’accento su qualcosa di speciale per gli occhi, inedito, particolare, comunque interessante e stimolante per l’intelligenza e il cuore.

È quel certo sguardo che vorremmo magari applicato al film della nostra vita, per riuscire ancora a credere in un’umanità migliore, in un approccio diverso fra le persone, in uno stile profondamente “altro”  nelle relazioni dei protagonisti del nostro tempo, uomini e donne che vivono accanto a noi, che sono il nostro prossimo.

Potrebbe sembrare una questione poco importante, addirittura banale, ma invece non lo è affatto. Vogliamo ricordarci a vicenda quanto sia fondamentale uno sguardo di attenzione, di benevolenza, di comprensione, di accoglienza negli incontri quotidiani con i nostri simili, specialmente laddove cerchiamo una possibile risposta alla nostra domanda, un cenno di riscontro, una considerazione utile, una traccia di relazione positiva?

È vero: troppo spesso manca quel certo sguardo favorevole, vivo, attento e dinamico verso la persona che chiede, fa presente, interpella, ricerca una via, un punto di riferimento, una soluzione pratica. Dentro i meccanismi rapidi, urgenti e logoranti che troppe volte ritmano le nostre vicende quotidiane, in tutti gli ambiti, di fronte alla nostre legittime istanze siamo costretti a mettere in conto distrazione e insensibilità, occhi severi e visi tesi, volti corrucciati e sospiri poco inclini alla presa in esame delle richieste altrui, atteggiamenti annoiati o frettolosi, finalizzati a costruire barriere più che a stabilire ponti e occasioni di dialogo e di conoscenza reciproca.

E tutto questo avviene purtroppo anche negli ambienti che più di altri sarebbero votati all’incontro con il pubblico, proprio per le loro finalità istituzionali. In questi casi, è come se lo sguardo, promosso dal primo interlocutore, non arrivasse mai a destinazione, messo in subordine, quasi come assente, da chi si trova nella condizione di ricevere quella “chiamata” simbolica, di poter vedere veramente, di potersi attivare sul serio rispetto a quanto posto all’attenzione.

Proprio quando avremmo bisogno di una semplice cortesia, di un gesto di gentilezza, di un sorriso che mette a proprio agio, al posto della seriosità che mette a disagio, scattano risposte evasive, frenanti, poco inclini ad assumere le preoccupazioni di chi avrebbe bisogno di una risposta in qualche modo seria ed efficace. Servirebbe uno sguardo, un certo sguardo, ricco di umanità e di bene, specie di fronte a persone anziane, fragili, in difficoltà, che più di altre confidano di trovare interlocutori attenti e sensibili rispetto alle vicende delicate della loro vita.

In ogni caso, a tutti fa sempre piacere vivere incontri caratterizzati da sguardi motivati e buoni, che aiutano a superare complicazioni e a dirimere pratiche non agevoli e controversie. La riprova di questo fatto sta nella soddisfazione che ci anima quando incontriamo davvero questo sguardo, tanto auspicato, che ci risponde e ci gratifica, ci viene incontro, ci parla, ci agevola e ci ricarica, anche nell’umore.

Buone notizie, da registrare sicuramente, con favore, e da diffondere su vasta scala, ma anche da produrre, per quanto possano dipendere da noi, nei ruoli e nelle responsabilità a cui siamo chiamati. Quel certo sguardo, insomma, diventerà così prassi di vita buona ed esempio concreto di nuovo umanesimo, sotto gli occhi di tutti.

(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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