All’alba, sulle velme che affiorano quando la marea scende, le sagome si muovono a scatti brevi, il becco che pesta il fango a ritmo quasi meccanico. Sono limicoli, gli uccelli che gli ornitologi inglesi chiamano waders: specie adattate a cercare cibo camminando nell’acqua bassa o sul fango, spesso capaci di percorrere rotte lunghe migliaia di chilometri, dall’Artico fino all’Africa equatoriale.
Il 6 settembre è la Giornata mondiale dei limicoli.
Il Veneto, che di solito si racconta per le città d’arte o per l’industria dei distretti, gioca in questa storia un ruolo che deve soprattutto alla geografia: quello di scalo migratorio. La laguna di Venezia e il delta del Po formano due dei principali complessi di zone umide dell’Alto Adriatico, cruciali per specie che vi svernano, fanno sosta durante la migrazione o nidificano.
I numeri della laguna raccontano una crescita quasi ininterrotta: nei censimenti invernali tra il 1993 e il 2022 il numero complessivo degli uccelli acquatici censiti è salito da 74.348 a 445.350 individui. Per i limicoli svernanti l’aumento è stato del 3,5% annuo, con una ricchezza di specie compresa fra dodici e ventuno per inverno. Eppure il piovanello pancianera, Calidrisalpina, ha mantenuto una netta dominanza numerica.
Una parte non piccola di questa popolazione vive su un equivoco felice: le barene artificiali, create utilizzando i sedimenti estratti dai canali durante le operazioni di dragaggio e nate per contrastare la perdita di superfici intertidali. Sei di questi rilievi artificiali, pari a circa il 6% della superficie complessiva allora disponibile, ospitavano in inverno circa il 2% dei piovanelli pancianera svernanti nell’intera laguna e quasi il 10% dei pivieri grigi, Pluvialis squatarola.
Un altro censimento, condotto fra il 2005 e il 2007 su circa settanta barene artificiali della laguna, ha rilevato tredici specie nidificanti; otto di esse rappresentavano oltre l’1% della popolazione italiana stimata, in alcuni casi più del 10%. Numeri sufficienti a mostrare quanto rapidamente anche habitat costruiti dall’uomo possano acquistare un peso rilevante per l’avifauna.
Il delta del Po, più a sud, racconta una geografia diversa. Beccaccia di mare, Haematopus ostralegus, e fratino, Charadriusalexandrinus, tendono a utilizzare siti aperti e poco vegetati, mentre il gabbiano reale, Larus michahellis, seleziona aree con una maggiore copertura vegetale. Una distribuzione che riflette differenti preferenze per le caratteristiche dei siti di nidificazione e, in alcuni casi, associazioni tra specie nelle quali entrano in gioco sia fattori ambientali sia fattori comportamentali.
Lungo i 220 chilometri del litorale nord-adriatico compreso tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia, un censimento pluriennale condotto tra il 2008 e il 2014 ha contato una media annua di 20.610 coppie nidificanti, distribuite fra quattordici specie. Il gabbiano reale da solo pesava per circa il 65% del totale, con 13.400 coppie; dietro, a distanza, la sterna comune, Sterna hirundo, con 1.670 coppie, e la pettegola, Tringa totanus, con 1.525. Tolto il gabbiano reale, la crescita della popolazione restante saliva al 4,3% annuo, contro lo 0,8% del dato complessivo: un dettaglio che dice quanto un’unica specie dominante possa appiattire la lettura di un intero popolamento.
Resta la domanda di fondo, quella che i numeri lasciano aperta più che chiudere: come faccia una regione fatta di autostrade, capannoni e insediamento fitto a risultare uno snodo così importante dell’Alto Adriatico per creature che si contano a decine di migliaia.
La risposta sta, per metà, nella costa bassa e frastagliata, fatta di lagune, barene e velme che altrove sono state bonificate; per l’altra metà, in ambienti nati per tutt’altro scopo, come le barene artificiali create con sedimenti dragati e diventate, nel tempo, habitat utilizzati da molte specie.
È una lezione che va oltre i limiti della laguna: anche in un territorio profondamente trasformato dall’uomo, la natura può trovare nuovi spazi, se quegli spazi conservano le condizioni necessarie per essere abitati.
(Autrice: Paola Peresin)
(Foto: Ab. Unsplash.com)
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