Disagio giovanile. Nicola Michieletto, direttore dell’U.O.C. Infanzia e Adolescenza: “La famiglia è il primo luogo dove cogliere i segnali”

Quando un adolescente cambia atteggiamento è normale chiedersi se si tratti di una fase della crescita oppure del segnale di un disagio più profondo. La risposta, però, non è sempre immediata. A fare chiarezza è Nicola Michieletto, direttore IAFCE – Infanzia, Adolescenza, Famiglie e Consultori dell’Ulss 2 Marca Trevigiana, che invita i genitori a osservare con attenzione i comportamenti dei figli senza allarmismi, ma anche senza sottovalutare i cambiamenti più significativi.

“Prima di parlare dei campanelli d’allarme è necessaria una premessa” – spiega il direttore – “molti comportamenti che vediamo negli adolescenti possono essere del tutto fisiologici e fanno parte del percorso di crescita. Ciò che fa la differenza è la quantità, l’intensità e la repentinità con cui questi cambiamenti si manifestano.”

Tra i primi segnali da osservare c’è il ritiro sociale: “Quando un ragazzo smette di uscire di casa, si chiude nella propria stanza, evita gli amici e perfino la famiglia, accompagnando questo isolamento a una perdita di interesse per lo sport, la musica o le passioni che prima lo coinvolgevano, è importante fermarsi a riflettere. A tutto questo spesso si aggiungono apatia, senso di vuoto e scoraggiamento.”

Un altro aspetto riguarda le abitudini quotidiane, in particolare il rapporto con il sonno e con il cibo: “Ci sono ragazzi che arrivano a invertire completamente il ritmo sonno-veglia, dormendo durante il giorno e restando svegli tutta la notte. Ore in cui possono rimanere soli con i propri pensieri oppure trascorrere molto tempo davanti ai dispositivi digitali. Anche il comportamento alimentare può cambiare improvvisamente: dalla perdita di interesse verso il cibo fino a episodi di abbuffate o alimentazione completamente disregolata.”

Ai cambiamenti nelle abitudini possono associarsi anche scatti d’ira, atteggiamenti aggressivi o un linguaggio insolito, comportamenti che fino a quel momento non appartenevano al ragazzo.

Un altro indicatore è rappresentato dal rendimento scolastico: “Un improvviso calo nelle prestazioni, soprattutto in studenti che avevano sempre avuto un percorso regolare, accompagnato da disinteresse verso la scuola e da una totale mancanza di preoccupazione per quanto sta accadendo, è un elemento da non trascurare”.

Tra gli altri segnali indicati da Michieletto ci sono anche ossessioni, verbalizzazioni insolite, espressioni fortemente sessualizzate non coerenti con il modo di essere del ragazzo, tic nervosi e comportamenti ripetitivi, che possono rappresentare manifestazioni della somatizzazione dell’ansia.

Secondo il direttore dell’IAFCE, però, l’attenzione non deve essere rivolta soltanto ai figli: “La prima domanda che una famiglia dovrebbe porsi è quanto essa stessa stia contribuendo a quella situazione. Molto spesso il disagio dei ragazzi può essere il sintomo di un burnout genitoriale. Genitori che, per motivi diversi, hanno rinunciato al proprio ruolo educativo oppure, al contrario, intervengono soltanto con rimproveri, colpevolizzazioni o atteggiamenti inefficaci.”

Per questo motivo, aggiunge, è fondamentale superare il senso di vergogna e chiedere aiuto: “Non significa rivolgersi subito ai servizi specialistici. Si può partire dal confronto con altri genitori, con i nonni, con amici o persone che hanno vissuto esperienze simili. Condividere il problema è già un primo passo importante.”

Quando però le difficoltà persistono, esiste una rete di servizi a disposizione delle famiglie: “L’Ulss mette a disposizione i servizi dell’età evolutiva e i consultori familiari. A questi si aggiungono gli sportelli famiglia e gli sportelli giovani presenti in molti Comuni, con percorsi educativi e di sostegno. L’importante è entrare in una rete capace di accogliere la richiesta di aiuto”.

Infine, Michieletto offre un consiglio su come mantenere aperto il dialogo con i figli senza farli sentire giudicati. Utilizza l’immagine di un bambino che impara a camminare: “All’inizio il genitore lo sostiene, poi lo lascia andare continuando a osservarlo da lontano. Cade, lo si aiuta a rialzarsi; poi cade ancora e impara a farlo da solo. Anche con gli adolescenti bisogna essere presenti, senza essere invadenti.”

Il segreto, spiega, è condividere tempo di qualità, senza affrontare sempre e soltanto il problema: “Passare del tempo insieme, vivere momenti piacevoli, permette di creare quello spazio di fiducia nel quale, spontaneamente, possono emergere anche le difficoltà. Il genitore non è uno psicologo o uno psichiatra: è la persona che resta accanto al proprio figlio sempre e comunque. Il ragazzo deve sapere che, quando avrà bisogno, il genitore sarà lì. Ed è proprio questa presenza che oggi, troppo spesso, rischia di venire a mancare.”

(Autrice: Mihaela Condurache)
(Foto e video: Mihaela Condurache)
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