Un militare trevigiano del Cimic Group in missione a Gibuti: “Gestiamo progetti e donazioni per le popolazioni locali”

Il Corno d'Africa è, da sempre, una regione ad alta instabilità politica ed economica, dovuta a diversi fattori tra cui quelli geografici, sociali, religiosi e, non ultimo, per aspetti legati alla corruzione e alla pirateria.

Michele Bartolucci è un sottufficiale trevigiano dell'Esercito Italiano, 48 anni di Silea, che ha nel suo bagaglio professionale un'esperienza trentennale condita da 12 missioni di supporto alla pace all'estero, diverse operazioni di sicurezza sul territorio nazionale e variegate esercitazioni internazionali.

Da dicembre 2019 il Primo Maresciallo è impiegato nell'operazione di supporto alle esigenze operative nel Corno d'Africa, nell'ambito della Base militare nazionale di supporto (BMIS) nata nel 2012.

La missione Bmis, infatti, è stata avviata sulla scorta dell'accordo bilaterale di cooperazione tra Italia e Repubblica di Gibuti avendo un particolare focus sulle attività di antipirateria condotte dalle unità navali impiegate nella zona e sulle attività di supporto a favore dei paesi dell'area.

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Dal 2009 lavora al Multinational Cimic Group, a Motta di Livenza, ente interforze e multinazionale che si occupa di Civil-Military Cooperation: insomma, il Cimic.

Maresciallo, da dove nasce la sua passione per la professione militare?

"Credo di aver avuto questa ispirazione sin da piccolo. Mi sono appassionato alla vita militare ascoltando i racconti dei nonni, entrambi Sottufficiali, quello materno dell'Esercito, e quello paterno dell'Aeronautica. L'entusiasmo che mi hanno trasmesso ha rappresentato l'innesco per le scelte del mio futuro".

Un percorso ricco di soddisfazioni ma anche di difficoltà, immagino. Ma, nel dettaglio, di cosa si occupa a Gibuti?

"Mi occupo del collegamento tra attori militari e civili. Il mio obiettivo è di migliorare, giornalmente, la cooperazione in ambito multinazionale incrementando l'efficienza dell'operazione militare".

E questo collegamento tra civili e militari comporta anche lo sviluppo di progetti a favore della popolazione civile?

"Certo. In qualità di operatore Cimic, la mia missione è quella di rafforzare gli sforzi comuni per un miglioramento complessivo della governance della nazione in cui veniamo impiegati, dell'economia locale e delle condizioni di vita".

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A proposito di migliori condizioni di vita, in che modo un operatore Cimic può migliorare la vita della popolazione locale?

"Il ruolo svolto dagli operatori Cimic negli scenari internazionali si esercita attraverso progetti mirati di inclusione sociale ed economica nel rispetto della cultura del posto. Tra questi le migliaia di corsi professionali e formativi sviluppati per accrescere le capacità e possibilità lavorative nel tessuto sociale, i trattamenti sanitari a favore di persone in condizioni critiche o di abbandono che hanno permesso di salvare molte vite, nonché la costruzione di infrastrutture scolastiche, sportive o sanitarie atte a potenziare i servizi pubblici. Nelle scorse settimane, per esempio, abbiamo realizzato una donazione di presìdi sanitari utili a fronteggiare il diffondersi della pandemia in atto ed a portare le necessarie cure ai malati presso l'ospedale militare interforze di Gibuti "Omar Hassan El-Bechir", nosocomio dedicato dal locale Ministero della Salute alla gestione di pazienti affetti da coronavirus".

Qual è la differenza tra lavorare al Multinational Cimic Group rispetto ad un altro Reggimento?

"Lavorare nell'ambito della civil-military cooperation impone un approccio omnicomprensivo che si rivolge non solo agli aspetti propriamente militari ma che tiene anche e soprattutto in considerazione gli attori non militari e il loro ambiente. Sviluppare consapevolezza e comunicazioni interculturali è un prerequisito per il successo di qualsiasi tipo di cooperazione e quindi di una missione".

È difficile vivere in un contesto così lontano dalla propria casa, dall'Italia?

"Noi operatori Cimic siamo addestrati a questo. La lontananza e l'approccio a culture differenti fanno parte della nostra missione. Mio figlio Fabrizio, d'altronde, mi manca durante questi impieghi ma è proprio lui a darmi la forza per portare a termine il mio mandato con serenità ed orgoglio, per la mia professione e per la mia terra".

 

(Fonte: Barbara de Nardi per Qdpnews.it).
(Foto: Cimic Esercito).
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