C’è qualcosa di seducente nell’idea che un drone possa sorvolare un territorio e restituire, in pochi passaggi, una stima affidabile della popolazione di cinghiali che lo abita, dati che un censimento tradizionale richiederebbe settimane di lavoro sul campo per approssimare. O che una rete di microfoni disseminati in un bosco possa riconoscere automaticamente il canto di decine di specie, ricostruendo in tempo reale la composizione di una comunità di uccelli senza che un ornitologo metta piede sul campo. L’intelligenza artificiale applicata alla fauna selvatica ha prodotto risultati genuini e, a tratti, straordinari. Il problema non è la tecnologia in sé. È ciò che accade quando essa incontra un ecosistema informativo già compromesso, e su questo, vale la pena procedere con ordine, perché gli ostacoli che mi vengono subito in mente sono almeno tre, e hanno peso molto diverso.
Il primo è il più visibile e, in apparenza, il meno grave. Chiunque oggi, con uno smartphone e una connessione, può documentare, montare, pubblicare e raggiungere un pubblico vasto senza che nessun filtro, se non quello culturale, intervenga tra l’intenzione e la diffusione. È da questo humus che nasce l’influencer faunistico: una figura che costruisce la propria autorevolezza non su una competenza riconosciuta, ma sull’accumulo di materiale visivo d’impatto. Fotografie e filmati di grande suggestione, spesso catturati altrove, vengono riversati sui social con didascalie che li collocano, con sicurezza disarmante, tra le Alpi e l’Appennino con la stessa neutralità con cui distribuirebbe una ricetta di cucina. Ne emerge una cartografia faunistica immaginaria dell’Italia, popolata di specie fuori contesto, comportamenti fraintesi, e consistenze di popolazione sistematicamente mal interpretate, numeri reali a cui viene attribuito un significato che non hanno, letti senza la conoscenza dei metodi con cui sono stati raccolti, del contesto ecologico in cui vanno letti, dei margini di errore che ogni stima porta con sé.
Questo livello di disinformazione è fastidioso, ma è in linea di principio smascherabile: basta una conoscenza di base dei principali parametri di base ecoetologici specie-specifici, o la curiosità di fare una ricerca inversa sull’immagine, o semplicemente l’abitudine a chiedersi da dove viene ciò che si sta guardando. Non serve essere biologi: serve smettere di consumare contenuti in modo passivo.
Il secondo ostacolo è più sottile, e più difficile da nominare senza sembrare corporativo. La biologia della conservazione è una disciplina genuinamente interdisciplinare, e ne ha bisogno: il biologo, il laureato in scienze naturali, il veterinario, il forestale, l’economista ambientale, il giurista specializzato in diritto ambientale portano ciascuno un contributo legittimo e spesso indispensabile. Il problema non è la pluralità delle competenze. È quando quella pluralità diventa pretesto per lo sconfinamento disciplinare; la competenza in un ambito viene spesa come credenziale universale, e il professionista scivola fuori dal proprio perimetro senza dichiararlo, fino a circolare nei convegni e nei tavoli istituzionali sotto la stessa etichetta onnicomprensiva di “esperto”. La parola, usata così, non informa: nasconde. Dichiarare la propria formazione specifica, e i suoi confini, non è un atto di modestia: è una forma di rispetto per chi ascolta, e la condizione minima perché il dibattito produca conoscenza invece di rumore.
Il terzo ostacolo è il più insidioso, perché opera a un livello a cui né il buonsenso né la competenza naturalistica ordinaria riescono ad arrivare. I grandi modelli linguistici sono oggi in grado di generare testi e manoscritti accademici convincenti, completi di ipotesi, metodologie, risultati, figure, citazioni, che superano la revisione paritaria di riviste e workshop scientifici. Non è fantascienza; è già accaduto e sta continuando ad accadere. E nel frattempo, il numero di articoli ritirati dalle riviste cresce in modo quasi esponenziale, mentre le revisioni sistematiche continuano a citarli inconsapevolmente, spesso anche un anno dopo la notifica ufficiale del ritiro. È quello che alcuni ricercatori hanno iniziato a chiamare “letteratura avvelenata“; un corpo di conoscenza apparentemente solido, internamente contaminato da studi falsi o compromessi che ne alterano silenziosamente le conclusioni.
Per chi si occupa di gestione faunistica, piani di controllo, soglie di tolleranza per i grandi predatori, politiche di reintroduzione, questo non è un problema astratto. Quelle decisioni si fondano sulla letteratura scientifica disponibile. Se quella letteratura è inquinata, le scelte gestionali che ne derivano rischiano di essere costruite su fondamenta invisibilmente instabili, rivestite dell’autorevolezza di una citazione in una rivista indicizzata. La differenza rispetto all’influencer che spaccia filmati baltici per scorci alpini è qui tutta intera; l’errore del primo è riconoscibile, quello del terzo ostacolo non lo è, almeno non con gli strumenti ordinari.
La risposta non è rinunciare all’intelligenza artificiale, ma usarla contro sé stessa con la stessa serietà con cui si è diffusa. Alcuni ricercatori stanno lavorando a sistemi dinamici capaci di sorvegliare continuamente la letteratura, rimuovere gli studi compromessi, ricalcolare le sintesi delle evidenze in tempo reale, quello che qualcuno ha definito un oracolo vivente della conoscenza scientifica, robusto proprio perché mantiene la supervisione umana al proprio centro. È una prospettiva necessaria, e non ancora una realtà consolidata.
Nel frattempo, la difesa più concreta rimane quella più consolidata, distinguere un’opinione da un fatto, e pretendere che chi afferma un fatto dichiari con precisione su cosa lo fonda. Che si tratti di un filmato pubblicato su Instagram o di uno studio citato in una delibera regionale, la domanda è sempre la stessa. Chi lo dice. Cosa sa. Come lo sa.
E, non meno importante, cosa non sa.
(Autore: Paola Peresin)
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