Me ne sono accorta in tre occasioni, in luoghi che non avrei mai messo insieme: davanti a un cartellone con finalità didattiche appeso in un supermercato, durante una conferenza in ambito accademico e in una scuola elementare. Ogni volta, la stessa cosa, la parola biodiversità usata con sicurezza, il concetto di biodiversità sostanzialmente assente.
La parola biodiversità è diventata uno di quegli strumenti linguistici che si usano per dire molte cose senza dirne nessuna con precisione. La si invoca nei convegni, la si inserisce nei comunicati istituzionali, la si evoca nelle campagne di sensibilizzazione con fotografie di farfalle e foreste lussureggianti. Eppure, nonostante la sua diffusione capillare nel dibattito pubblico, il suo significato autentico rimane sorprendentemente opaco per la maggior parte delle persone che la citano.
Non si tratta di un dettaglio secondario. La confusione sul significato non è innocua: produce politiche sbagliate, priorità distorte e, in ultima analisi, una gestione inadeguata di qualcosa che riguarda le fondamenta stesse del funzionamento del pianeta.
Biodiversità non è un elenco di specie. O meglio: non è solo quello. Quando si riduce il concetto a “quante specie ci sono in un dato luogo”, si sta descrivendo soltanto uno degli strati di una realtà stratificata. La diversità biologica opera a tre livelli distinti e interconnessi: la diversità genetica all’interno delle popolazioni, la diversità di specie all’interno degli ecosistemi, e la diversità degli ecosistemi su scala di paesaggio e di pianeta.
Ignorare questa architettura a più piani significa lavorare con una mappa incompleta.
Ma c’è qualcosa di ancora più fondamentale che sfugge al senso comune: la biodiversità non descrive solo quante entità biologiche esistono, bensì la complessità delle loro relazioni, delle interazioni funzionali tra organismi e tra organismi e ambiente.
Un ecosistema con cento specie tutte simili per ruolo ecologico è meno “biodiverso” di uno con cinquanta specie che svolgono funzioni radicalmente diverse. Quello che conta, dal punto di vista dell’ecologia funzionale, è la varietà dei ruoli, non la somma delle etichette tassonomiche. Contare le specie senza considerare ciò che fanno, come si relazionano, come rispondono alle perturbazioni, è come descrivere un’orchestra citando il numero di strumenti senza chiedersi se suonano insieme e come.
Questa incomprensione ha radici culturali profonde, e sarebbe ingeneroso attribuirla semplicemente a disattenzione o superficialità. Siamo una specie abituata a ragionare per categorie discrete, oggetti, entità. L’idea che la biodiversità sia soprattutto una proprietà emergente dei sistemi, qualcosa che risiede nelle relazioni piuttosto che nelle singole parti, richiede un salto concettuale non banale. È lo stesso salto che fa fatica la cultura dominante quando si confronta con qualsiasi fenomeno complesso: dal clima, alla salute pubblica, ai sistemi economici.
C’è però un ulteriore strato di difficoltà, specificamente culturale, che merita di essere nominato con chiarezza: facciamo fatica ad accettare che esista una scienza deputata allo studio della biodiversità, con metodi, linguaggi, protocolli e standard di evidenza propri. L’ecologia, la biologia della conservazione, la tassonomia non sono semplici cornici concettuali entro cui ordinare osservazioni di buon senso. Sono discipline che producono conoscenza tecnica specializzata, talvolta controintuitiva, spesso scomoda.
Questa difficoltà si manifesta in almeno due modi opposti, entrambi ugualmente problematici.
Il primo è la delega acritica alla narrazione emotiva. La biodiversità è diventata oggetto di un vasto ecosistema di comunicazione affettiva: documentari mozzafiato, campagne con animali carismatici, retoriche del “dobbiamo proteggere la natura” che fanno leva sull’empatia e sull’estetica. Tutto ciò non è in sé sbagliato, e può avere un valore reale nel costruire consenso sociale. Il problema nasce quando si confonde questo piano con quello della gestione. Quando si decide della conservazione di una specie, della gestione di un’area protetta, dell’intervento su una popolazione animale in conflitto con le attività umane, l’empatia non è un metodo. I valori sono necessari, ma non sufficienti. Senza i dati, senza i modelli, senza la conoscenza delle dinamiche di popolazione e delle funzioni ecosistemiche, ci si muove alla cieca, per quanto le intenzioni siano buone.
Il secondo modo è, per certi versi, speculare: la diffidenza nei confronti dell’expertise scientifico in nome di saperi locali, tradizioni, intuizioni pratiche. Anche in questo caso non si tratta di negare il valore di queste forme di conoscenza, che in molti contesti sono preziose e devono essere integrate nel processo decisionale. Si tratta di rifiutare la logica per cui qualunque opinione vale quanto qualunque altra, che l’esperienza sul campo di un agricoltore e la letteratura scientifica peer-reviewed su una specie siano fonti equivalenti per decidere un piano di gestione. Non lo sono. Non perché uno valga meno come persona, ma perché rispondono a domande diverse con strumenti diversi.
La conseguenza pratica di tutto questo è che la gestione della biodiversità si trova oggi in una posizione paradossale. Da un lato, la scienza produce una quantità crescente di conoscenza: abbiamo metodi di monitoraggio sempre più sofisticati, modelli predittivi, dati a scala globale, quadri teorici maturi. Dall’altro, questa conoscenza fatica a tradursi in decisioni efficaci perché il contesto culturale e politico non è attrezzato per recepirla.
Sarebbe però un errore simmetrico concludere che la scienza possa o debba gestire la biodiversità da sola. Non può, e non è nel suo mandato. La scienza descrive, misura, prevede, indica conseguenze. Non stabilisce valori, non pesa gli interessi in conflitto, non determina quale futuro vogliamo. Queste sono scelte collettive, politiche nel senso più alto del termine. Ma scelte collettive che ignorano la conoscenza scientifica disponibile non sono scelte libere: sono scelte cieche.
Il punto non è sostituire la politica con la scienza, né la scienza con i valori. È costruire una relazione funzionale tra questi piani, che smetta di essere ostacolata dall’ignoranza del primo e dall’arroganza del secondo. Ciò richiede che chi comunica la biodiversità smetta di ridurla a un catalogo di meraviglie da ammirare, e cominci a trattarla per quello che è: un campo di conoscenza tecnica complessa, con implicazioni pratiche serie, che merita lo stesso rispetto intellettuale che riserviamo alla medicina o all’ingegneria strutturale.
Non ce lo possiamo permettere, come specie, di continuare a prendere decisioni su sistemi che non capiamo, animati dalla sola buona volontà. La buona volontà, senza competenza, produce danni con le migliori intenzioni.
(Autore: Paola Peresin)
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