Da tempo chi si occupa di comunicazione scientifica nel campo della biologia della conservazione ha imparato a convivere con un fenomeno che, a differenza di quanto accade in medicina, gode ancora di una sorta di immunità critica; quello dei divulgatori naturalistici che usano la propria empatia con il mondo animale come principale credenziale comunicativa.
Non è che abbiano torto, in assoluto. È che non basta.
C’è una teoria, formulata negli anni Ottanta dal biologo Edward O. Wilson, che si chiama biofilia: l’ipotesi, affascinante e in parte sostenuta da dati empirici, che gli esseri umani abbiano sviluppato nel corso dell’evoluzione una tendenza innata ad affiliarsi con le altre forme di vita. In termini adattativi ha senso: saper leggere il comportamento di un animale, riconoscere una pianta, sintonizzarsi con l’ambiente naturale erano competenze che facevano la differenza tra sopravvivere e non farlo. Millenni di selezione ci hanno lasciato, tra le altre cose, la capacità di provare qualcosa di viscerale davanti a un cucciolo, a un rapace in volo, a una foresta. Wilson non pensava che questa risposta andasse neutralizzata: sosteneva anzi che proprio da quella connessione affettiva con il vivente potesse nascere una motivazione autentica alla conservazione. Il punto è che la connessione affettiva non sostituisce la comprensione, la precede, quando va bene.
Il problema nasce quando questa risposta emotiva viene scambiata per conoscenza, e quando il pubblico, che pure quella risposta emotiva la condivide, finisce per non accorgersi della differenza.
Sui social la biofilia funziona benissimo. Funziona perché è immediata, perché aggira il pensiero critico, perché attiva circuiti di risposta che hanno migliaia di anni di rodaggio. Un video di un cervo che attraversa un bosco all’alba, o di una volpe che gioca tra la neve, commentato con voce calma e parole evocative, raccoglie centinaia di migliaia di visualizzazioni indipendentemente dalla qualità delle informazioni che veicola. E questo crea un cortocircuito molto simile a quello che si osserva nel mondo della divulgazione medica: chi sa comunicare l’emozione viene percepito come chi sa. Chi invece spiega con precisione la demografia di una popolazione di ungulati o la complessità di una rete trofica fatica a tenere il passo, perché l’emozione ha sempre un vantaggio di partenza sul ragionamento.
Mi capita di riconoscere questa retorica ogni volta, e ogni volta mi dà ancora un po’ fastidio. C’è qualcosa di peculiare nel modo in cui la biofilia viene messa in scena online; a differenza dell’empatia per i pazienti, che nel racconto dei medinfluencer porta almeno con sé il contesto della cura e della responsabilità clinica, l’empatia per gli animali selvatici può facilmente slittare verso una narrativa sentimentale che non solo semplifica, ma a volte inverte la realtà biologica ed ecologica.
Per fare un esempio concreto proviamo a considerare la biodiversità, termine che negli ultimi anni è diventato ubiquo nella comunicazione ambientale, al punto da perdere quasi ogni contenuto specifico.
Si parla di biodiversità per un’aiuola di tre metri quadrati dentro un outlet, con le piante ordinate a catalogo da un architetto paesaggista e il cartello esplicativo all’ingresso.
Si parla di biodiversità per festeggiare presenze che a volte sono ritorni, a volte invasioni di specie aliene, e la differenza non è un dettaglio, ma un baratro nella conservazione della natura.
Si parla di biodiversità per promuovere campagne di piantumazione di alberi che a volte creano monoculture invece di ecosistemi.
La biodiversità è una cosa precisa; è la varietà della vita a tutti i suoi livelli di organizzazione, dai geni alle specie alle comunità ecologiche, ed è misurabile, studiabile, gestibile con strumenti che richiedono anni di formazione per essere usati correttamente. Ha a che fare con indici, popolazioni, reti ecologiche. Non con il brivido che dà un tramonto sul mare.
Detto questo, non voglio cadere nell’errore opposto. La risposta emotiva che la natura evoca in noi non è un ostacolo alla comprensione, può essere un ingresso. Wilson stesso, con tutta la sua rigorosità scientifica, non ha mai pensato che la biofilia fosse un fatto da neutralizzare. Anzi, sosteneva che proprio da quella connessione affettiva con il vivente potesse nascere una motivazione autentica alla conservazione. Il punto è che la connessione affettiva non sostituisce la comprensione, la precede, quando va bene.
Il guaio è che i due momenti vengono sempre più spesso confusi, e talvolta deliberatamente sovrapposti. Si costruisce un’identità comunicativa basata sull’empatia naturalistica, si acquisisce una platea fedele proprio grazie a quella risposta viscerale che la biofilia garantisce, e poi si usano quella platea e quella fiducia per veicolare contenuti che avrebbero bisogno di ben altra verifica. Non si vende necessariamente un prodotto, come accade nel mondo dei medinfluencer più spregiudicati. Si vende qualcosa di più sottile: una versione della natura che è confortante, che conferma le nostre intuizioni, che non ci chiede di fare i conti con la complessità dei sistemi ecologici reali.
La gestione faunistica, per fare un esempio che conosco bene, è uno degli ambiti in cui questo fenomeno produce danni più visibili. Le discussioni pubbliche sul ritorno dei grandi carnivori in Italia, sulla gestione degli ungulati, sul controllo numerico di alcune popolazioni animali sono costantemente inquinate da una comunicazione che parte dalla risposta emotiva e non riesce, o non vuole, andare oltre. Non si tratta di dire che le emozioni siano sbagliate: siamo una specie che agisce emotivamente, e la razionalità, quando arriva, viene dopo, molto dopo. Si tratta di riconoscere che gestire un conflitto reale tra attività zootecniche e popolazioni di lupo richiede dati, modelli, strumenti normativi, mediazione territoriale. Richiede cose che non passano in un reel di quaranta secondi, per quanto emozionante.
La medicina, del resto, non si è risparmiata nel produrre i propri cattivi scienziati: ricercatori che hanno pubblicato dati falsi su riviste prestigiose, clinici che hanno trasformato la propria autorevolezza accademica in strumento di persuasione acritica, specialisti che hanno cavalcato l’onda dell’attenzione pubblica senza troppa cura per le conseguenze. La differenza è che attorno alla medicina esiste, nel tempo, una cultura diffusa del riconoscimento. Quando dovete affrontare un problema di salute le persone sanno, più o meno, che esiste una distanza tra il parere di uno specialista e quello di chiunque altro, e questa distanza ha un nome, ha una storia, ha un peso sociale condiviso. Non funziona sempre, e i casi in cui non funziona fanno notizia proprio perché esistono aspettative precise. Ma quella cultura c’è, almeno in questa parte del mondo.
Per la biologia della conservazione, in Italia, non esiste nulla di paragonabile. E non è solo una questione di strumenti mancanti: è una questione di riconoscimento culturale profondo. Viviamo in un paese che non conosce nemmeno la disciplina scientifica che studia la conservazione della biodiversità, non come campo applicativo vago, ma come corpo di conoscenze strutturato, con metodi propri, standard internazionali, letteratura specializzata. Quando un divulgatore naturalistico descrive la biodiversità come se fosse un sentimento collettivo da coltivare con buona volontà, chi lo corregge? Con quale autorità, riconosciuta da chi, in quale sede? Il meccanismo culturale che permetterebbe di distinguere chi sa da chi emoziona non esiste, e non esiste perché manca a monte la consapevolezza che ci sia qualcosa da riconoscere.
La biofilia, in questo senso, non è solo un fenomeno psicologico individuale: è anche una trappola culturale collettiva. Ci fa sentire già a casa quando parliamo di natura, già competenti, già partecipi. E questa sensazione di familiarità è esattamente ciò che rende superflua, agli occhi di molti, qualsiasi verifica su chi stia davvero parlando e con quale preparazione. La stessa risposta evolutiva che ci predispone alla cura e all’attenzione verso le altre specie ci rende anche vulnerabili alle narrazioni che usano quella cura come leva, senza preoccuparsi troppo di cosa ci costruiscono sopra.
È un problema che si risolve, lentamente e con fatica, costruendo una cultura scientifica che in questo paese non c’è ancora, e che nel campo della conservazione è persino più assente che altrove.
(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
(Foto: archivio Qdpnews.it)
(Articolo di proprietà di Dplay Srl)
#Qdpnews.it riproduzione riservata








