Biodiversità e paesaggio tra scienza, percezioni umane e attributi estetici

Gentile lettore proviamo a fare un esercizio: chiudi gli occhi e pensa a un paesaggio a te caro, ora immaginati dotato di super poteri e con una bacchetta magica elimina tutte le forme di vita e prova a classificare quello che resta.

Non resta nulla, vero? Questo perché a meno tu non abbia immaginato un paesaggio lunare o la superficie di qualche stella, il tuo paesaggio, senza biodiversità, non esiste più. Abitiamo un pianeta plasmato da vite passate e presenti e ignorarlo significa privarti delle più elementari conoscenze per comprendere e apprezzare tutto quello che ti circonda.

Viviamo in un Paese che al paesaggio ha attribuito rango costituzionale, è un principio fondamentale dello Stato. Per noi Italiani, quindi, il paesaggio è importante ma abbiamo difficoltà nel dare definizioni chiare e condivisibili e vagheggiamo nel linguaggio metaforico.

Al paesaggio vengono associati valori estetici; il paesaggio è una veduta (come un film di cui noi siamo solo spettatori) che possiamo giudicare (bello, brutto, storico ecc..) e che non riflette in alcun modo il valore della biodiversità. Nel 2000 la Convenzione Europea lo definisce come “una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”.

La definizione, in realtà, più che aiutarci dà il fianco ad una visione ancora antropocentrica e piuttosto fastidiosa: il paesaggio dipende da quello che percepiamo. La definizione sembra piuttosto vaga, nebulosa, indefinita, incerta e generica, ma soprattutto generatrice di innumerevoli significati che poco aiutano quando vogliamo dedicarci alla realtà.

Di là dalla percezione umana (percezione visiva? Olfattiva? Tattile? Acustica?), siamo circondati da un mondo di creature indispensabili per la nostra vita e che plasma continuamente noi stessi e tutto ciò che ci circonda.

Attribuire a tutto ciò ancor oggi un mero valore estetico significa continuare ad accantonare conoscenza. Aprire la mente e svuotarla dalla separazione che vede contrapposta la nostra esistenza da quella del mondo naturale è un buon inizio.

Ricordiamoci le parole di un grande poeta, Andrea Zanzotto, che definisce il paesaggio come “una grande offerta a un immenso donativo che corrisponde all’ampiezza dell’orizzonte”. Oggi più che mai quell’orizzonte lo dobbiamo conoscere.

È passato più di un secolo e mezzo dal 1876, l’anno in cui l’abate Antonio Stoppani scrisse il “Bel Paese”. Da allora abbiamo imparato che esiste un valore intrinseco di tutto ciò che ci circonda indipendentemente dalla nostra capacità percettiva.

Affiancare alla biodiversità percezioni umane e attributi estetici risulta, oggi più che mai, un limite della nostra cultura. Superiamolo, conviene a noi e lo dobbiamo a chi verrà dopo di noi.

(Fonte: Paola Peresin).
(Foto: archivio Qdpnews.it).
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