Durante una pausa di un webinar, qualcuno ha tirato fuori una bottiglia di Borgogna. Era un webinar internazionale, ed era una di quelle pause che durano ufficialmente dieci minuti e finiscono per diventare venti, con le telecamere accese e i bicchieri in mano. Sul mio schermo sono comparsi colleghi sorridenti da mezza Europa: qualcuno con un Brunello, qualcuno con un Barolo, qualcuno con quello che sembrava whisky e l’aria di chi non sente il bisogno di giustificarsi. Mi hanno sorpresa mentre travasavo un chinotto nel bicchiere con la stessa cura con cui gli altri stappavano le loro bottiglie.
Il silenzio è durato un secondo, poi è arrivato: «Ma sei veneta e bevi il chinotto?». Risate. Il genere di risate affettuose che, nel Veneto profondo, equivalgono a un piccolo processo sommario, e che evidentemente attraversano i confini nazionali senza perdere nulla della loro efficacia. Essere veneti e non bere è considerato una forma lieve di tradimento identitario, qualcosa tra l’incomprensibile e il sospetto. Che a farlo notare fosse una platea internazionale rendeva la cosa, se possibile, ancora più umiliante.
Mentre sorridevo e stringevo il mio bicchiere scuro e frizzante, pensavo a Vespa orientalis. Al calabrone orientale, per essere precisi. Un insetto che, in proporzione al suo peso di un grammo, consuma quantità di alcol sufficienti a uccidere un essere umano più volte nel giro di ventiquattr’ore, e non mostra il benché minimo segno di intossicazione. Nessun rallentamento, nessuna perdita di coordinazione, nessuna risata fuori posto durante un webinar. Il calabrone beve, metabolizza, e continua a volare.
Io bevevo chinotto, e mi prendevano in giro lo stesso.
La storia del calabrone orientale non è nuova e la scienza se ne occupa da qualche anno, anche se fatica a uscire dai circuiti specialistici per raggiungere il grande pubblico. Eppure vale la pena raccontarla, perché è una di quelle storie che cambiano leggermente il modo in cui si guarda al mondo. I ricercatori hanno somministrato a questi insetti soluzioni di etanolo fino all’80% di concentrazione per una settimana intera, un periodo significativo per un animale che vive al massimo tre mesi. Risultato: i calabroni trattati sono sopravvissuti esattamente quanto i loro colleghi sobri, senza mostrare alcun effetto visibile. In parallelo, gli scienziati hanno offerto agli insetti una scelta libera tra acqua, soluzione zuccherina e alcol a varie concentrazioni. I calabroni hanno scelto l’alcol in quantità spropositate, con la stessa nonchalance con cui un collega veneto sceglie un Barolo durante una pausa webinar.
Poi i ricercatori hanno fatto la stessa cosa con le api. Le api si sono ubriacate. Molte sono morte lo stesso giorno.
La differenza non è una questione di carattere, ma di geni. Il calabrone orientale possiede copie multiple del gene che codifica per l’alcol deidrogenasi, l’enzima responsabile della degradazione dell’etanolo nell’organismo. Più copie del gene significano più enzima disponibile, e più enzima significa che l’alcol viene smaltito prima che possa fare danni. Non è un caso: questi insetti hanno una storia lunghissima di convivenza con i lieviti. Li ospitano nel proprio apparato digerente, li trasportano sui frutti quando li mordono, e i lieviti ricambiano il favore fermentando gli zuccheri e producendo etanolo. Il calabrone, in questo scenario, non è un bevitore occasionale: è un animale che ha co-evoluto con la fonte stessa dell’alcol, sviluppando nel tempo gli strumenti biologici per trarne vantaggio senza subirne le conseguenze.
Perché vantaggio, non solo tolleranza. Un grammo di alcol contiene sette calorie, contro le quattro di un grammo di zucchero. Per un insetto che vola, costruisce nidi e deve nutrire le larve, questa differenza energetica è tutt’altro che trascurabile. L’alcol, per il calabrone orientale, è un carburante di alta qualità. C’è poi un secondo vantaggio, meno ovvio, l’etanolo uccide i batteri. Le operaie raccolgono spesso carogne per nutrire le larve in sviluppo, e un intestino capace di tollerare alte concentrazioni di alcol è anche un intestino meglio difeso dalle contaminazioni batteriche che una dieta del genere comporta.
Per quanto ne sanno gli scienziati, i calabroni orientali sono gli unici animali in natura adattati a consumare alcol come combustibile metabolico. Una posizione solitaria, nella storia naturale. Tutti gli altri animali che consumano alcol, dalle tupaie che si nutrono del nettare fermentato della palma bertam ai facoceri africani che mangiano frutti di marula lasciati a fermentare al sole, ne subiscono in qualche misura gli effetti inebrianti. Il calabrone orientale no. È immune non per astinenza, ma per biologia.
Questa singolarità non è sfuggita a chi studia le dipendenze e il metabolismo dell’alcol nell’uomo. Capire come un organismo smantella l’etanolo senza danni è esattamente il tipo di conoscenza che potrebbe orientare lo sviluppo di nuove terapie, e il calabrone orientale si candida a diventare un modello inaspettato per la ricerca in questo campo.
Io nel frattempo ho finito il chinotto. Essere veneta e preferire il chinotto resta, per ora, un’anomalia senza spiegazione genetica plausibile.
(Autore: Paola Peresin)
(Articolo di proprietà di Dplay Srl)
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