Crollo dei prezzi riconosciuti ai produttori, impennata dei costi di produzione, aumento massiccio delle importazioni, contrazione delle superfici coltivate ed effetti sempre più pesanti dei cambiamenti climatici.
È crisi nera per il grano duro veneto: 4 mila ettari dedicati fra le province di Padova, Venezia e Rovigo, per un fatturato complessivo di oltre 10 milioni di euro. Fino ad un decennio fa i numeri erano più che doppi rispetto agli attuali.
Nei giorni scorsi, per accendere i riflettori sulle molteplici criticità e chiedere tutela e rilancio, una delegazione di Cia Veneto ha preso parte ad un flash-mob che si è tenuto al Porto di Ravenna: “Diciamo basta alle importazioni selvagge per abbattere i prezzi del grano duro italiano – sottolinea il vicepresidente di Cia Veneto, Luca Bisarello –. Peraltro, queste stesse importazioni minacciano il reddito dei nostri agricoltori e, non da ultimo, possono rappresentare un rischio per la salute dei cittadini”.
Ovvero, non vi sono adeguati controlli da parte delle autorità competenti: “Le verifiche nei porti avvengono solo a campione. Così, però, non si ha alcuna certezza in termini di sicurezza alimentare”. “Con il grano di qualità italiano si ottengono farine di elevata caratura, senza l’utilizzo di diserbanti come quello proveniente dall’estero – aggiunge Bisarello –. Inoltre, è determinante per la rotazione colturale”.
Infine, Cia ha promosso anche una petizione nazionale a difesa del grano duro italiano che ha raccolto quasi 100 mila firme.
(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
(Foto: CIA Veneto)
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