Custodi di che cosa?

Sei grifoni morti nella valle del Lesach, tra il Tirolo e la Carinzia, e un settimo salvato per un soffio. Il responsabile ha un nome che gli investigatori conoscono bene: carbofurano, un pesticida così violento da uccidere in dosi minime, vietato nell’Unione Europea dal 2008. Non è arrivato lì per caso.

Bocconi avvelenati come questi vengono disseminati da mani umane, quasi sempre con un bersaglio preciso in testa: un lupo, una volpe, un canide considerato di troppo. I grifoni della colonia friulana di Cornino, che attraversano regolarmente l’arco alpino in cerca di cibo, sono finiti su quelle carcasse e sono morti per un conflitto in cui non avevano alcuna parte.

Tra loro c’era Acale, nato nelle voliere della Riserva nel 2014, capace di raggiungere i Pirenei in poche settimane e poi di tornare a casa. È bastato un boccone perché tutto quel viaggio finisse in una valle alpina.

La tentazione, leggendo una storia simile, è di archiviarla come l’ennesimo episodio di bracconaggio, un fatto di cronaca nera della fauna. Ma sotto la cronaca c’è qualcosa di più profondo e di più scomodo, ed è il modo in cui la nostra specie pensa al resto della natura.

Molte culture umane non pensano a boschi e foreste come ecosistemi; li comprendono come un giardino. Un luogo ordinato dove si ostentano fiori sui balconi, si passeggia, e all’occorrenza ci si occupa delle specie selvatiche che lo abitano, gli ungulati.

In questo giardino c’è un copione preciso. Le prede le accettiamo, ci rassicurano, pensiamo addirittura di riuscire a gestirne intere popolazioni. I predatori, invece, sono intrusi. Disturbano la raccolta, competono per ciò che consideriamo nostro, e così diventano nocivi, una parola che la legge ha tolto dal linguaggio amministrativo ma che continua a pervadere la nostra cultura, e che dovrebbe farci riflettere ogni volta, perché la verità resta sempre la stessa: nocivo per chi?

Il paradosso più rivelatore è che questa ostilità sopravvive persino quando perde ogni fondamento. I grandi carnivori tornano, le popolazioni di selvatici restano abbondanti, la biologia ci dice che il bilancio ecologico regge, eppure la diffidenza non arretra di un passo. Non è più una questione di danno reale. È diventata una questione di dominio: chi comanda sulle prede, chi decide chi può cacciarle e mangiarle. La competizione non è ecologica, è culturale, e per questo è molto più difficile da estinguere di qualunque pesticida.

Il grifone, in tutto questo, è la vittima perfetta e involontaria della nostra confusione. Non uccide nulla. Non ha gli artigli per farlo, non insegue, non aggredisce. È uno spazzino, un animale che si nutre di ciò che è già morto e che svolge un servizio sanitario prezioso, liberando il paesaggio da carcasse che altrimenti diffonderebbero malattie.

Eppure, nel momento esatto in cui scende su una carogna, ai nostri occhi smette di essere ciò che è e diventa altro. Lo vediamo accanto alla morte, immerso nel sangue, e la nostra mente compie un salto silenzioso: lo cataloga tra i predatori.

Nessuno, è vero, ha disperso quel veleno pensando a lui. Ma è lo stesso sguardo che muove guerra ai carnivori a non saper distinguere chi uccide da chi ripulisce, e in quella confusione la sua morte è già scritta, frutto di una logica che quasi nessuno si ferma a riconoscere. Il grifone muore non per ciò che fa, ma per ciò che sembra a chi lo guarda senza capirlo.

Qui sta il baratro cognitivo di cui dovremmo avere il coraggio di parlare. Non è cattiveria, e raramente è ignoranza nel senso volgare del termine. È una difficoltà strutturale, antica, a vedere la natura per quello che è invece che per il ruolo che le abbiamo assegnato nella nostra immaginazione.

Continuiamo a rivendicare tradizioni basate sul rispetto, a vantare la presunta conoscenza della natura, a riempire i discorsi di biodiversità e tutela. Ma quando un animale non rientra nello schema, quando un divoratore di morti non somiglia abbastanza a una vittima e troppo a un cacciatore, quella pretesa di custodia si rivela per ciò che è davvero, non è custodia della natura, ma di un rapporto tra noi e il resto del vivente, un rapporto addomesticato, a immagine del nostro giardino.

Forse è ingeneroso pretendere di più. Siamo fatti così, plasmati da millenni in cui la natura è stata risorsa, minaccia e proprietà prima ancora che oggetto di comprensione. Riconoscerlo non significa assolversi, ma almeno smettere di stupirci. 

Ci fregiamo del titolo di custodi della natura, convinti che alcune culture lo siano più di altre. Viene da chiedersi di quali culture parliamo, e di quale natura.

(Autrice: Paola Peresin)
(Foto: Ab. Unsplash.com)
(Articolo di proprietà di Dplay Srl)
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