Dall’ambientalismo sterile all’ambiente

Chi non sa, o non vuole, tradurre l’empatia ambientalista in azioni concrete trova sempre un rifugio comodo nei grandi sistemi filosofici. È un meccanismo antico: quando mancano le competenze o il coraggio di agire, si innalza il livello dell’astrazione. La biologia della conservazione insegna da oltre mezzo secolo come si tutela un ecosistema, come si monitora una specie, come si interviene su un habitat degradato. Non con visioni del mondo, ma con metodo, dati, decisioni. Un po’ come parlare di salute ignorando sistematicamente l’opera dei medici: si può fare, ma dice più di chi parla che di ciò di cui parla.

In questo senso, sentir invocare ancora oggi l’ecologia integrata, al di fuori dei contesti in cui ha una sua legittimità, come il magistero di chi, quale il Santo Padre, ha il compito di trasmettere messaggi di respiro spirituale e universale, produce un effetto preciso: quello di un’ecologia più evocata che praticata. Un’eco lontana di mode intellettuali del secolo scorso, riciclate da chi preferisce l’afflato poetico alla responsabilità concreta. Il problema non è l’ambizione. È l’alibi.

L’ecologia integrata ha una storia lunga, che attraversa la filosofia ambientale, il pensiero politico e la teologia. Dalle riflessioni di Arne Næss sulla deep ecology agli sviluppi dell’ecologia sociale di Murray Bookchin, fino alla sua formulazione più nota nella Laudato si’ di Papa Francesco (2015), il concetto ha accumulato nel tempo significati, declinazioni e ambizioni sempre più vaste. Forse troppo vaste. Perché l’ecologia, prima di essere una visione del mondo, è la scienza che studia le relazioni tra gli organismi viventi e il loro ambiente: la perdita di biodiversità, la frammentazione degli ecosistemi, il collasso delle catene alimentari. Oggetti precisi, misurabili, urgenti.

Il termine “ecologia” non è neutro. Appropriarsene per costruirvi sopra un sistema filosofico onnicomprensivo non è un arricchimento: è una distorsione. La parola si dilata fino a perdere contorni riconoscibili: l’ecologia integrata finisce per parlare di giustizia distributiva, di modelli economici, di antropologia, di etica relazionale. Tutto legittimo, tutto interessante; ma non è ecologia. È filosofia sociale con un prestito lessicale dal mondo della biologia. E nel frattempo, temi come la perdita di biodiversità, tra le emergenze scientifiche più documentate e sottovalutate del nostro tempo, rischiano di annegare nel rumore di fondo delle grandi narrazioni.

Questo scivolamento non è innocuo. Quando un concetto diventa abbastanza ampio da includere tutto, smette di essere uno strumento di analisi e diventa uno strumento di retorica. Si può invocare l’ecologia integrata per sostenere posizioni tra loro contraddittorie, proprio perché i suoi confini sono indefiniti. La vaghezza non è una virtù intellettuale: è una trappola.

C’è qualcosa di rivelatore nel fatto che l’ecologia integrata goda ancora di buona salute nei palchi elettorali. I concetti precisi vincolano, quelli vaghi no. Un politico che si richiama all’ecologia integrata può dirsi ambientalista senza dover rispondere di nulla di concreto. La mistificazione semantica, in fondo, è anche una forma di comodo: offre visibilità senza responsabilità, consenso senza impegno.

La risposta non è un vuoto programmatico, ma un cambio di metodo: affidarsi alla scienza, che da decenni sa come misurare la crisi della biodiversità e la crisi climatica, come modellarne gli scenari, come elaborare strategie di mitigazione a medio e lungo termine. Strumenti esistono: dall’ecologia della conservazione alla climatologia, dalla biologia delle popolazioni alla pianificazione territoriale. Su quest’ultima vale la pena soffermarsi: già dagli anni Novanta il quadro normativo riconosce che la componente biotica deve precedere e orientare quella abiotica nella gestione del territorio. Un principio scientifico prima che giuridico, che stabilisce una gerarchia chiara: prima si capisce cosa vive in un luogo, poi si decide come trasformarlo o gestirlo, pianificando interventi mirati o, quando necessario, la loro deliberata assenza. Obiettivi che devono essere chiari, comunicabili e misurabili: non proclami, ma impegni verificabili.

Tornare all’ambiente, abbandonando l’ambientalismo come sistema ideologico totalizzante, significa compiere un passo intellettualmente onesto: restituire all’ecologia la sua specificità scientifica invece di farne il contenitore di ogni istanza politica o morale. Non si tratta di impoverire il dibattito, ma di renderlo più rigoroso. Le questioni di giustizia sociale, di economia, di etica meritano ciascuna i propri strumenti concettuali; non una parola ombrello che le unifica apparentemente senza spiegarle davvero.

Smettere di mistificare il linguaggio è il primo atto di rispetto verso i problemi reali. L’ambiente non ha bisogno di filosofi che lo reinterpretino: ha bisogno di scienziati che lo studino, di politiche che lo tutelino, di cittadini che lo comprendano. La perdita di biodiversità non si affronta con una visione del mondo onnicomprensiva (weltanschauung): si affronta con dati, risorse, decisioni. E per farlo, occorre prima chiamare le cose con il loro nome.

(Autore: Paola Peresin)
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