Gettare un pezzo di pane alle anatre lungo un fiume, depositare avanzi alimentari per le volpi ai margini di un coltivo, predisporre una mangiatoia per i passeriformi nel giardino di casa: sono comportamenti apparentemente innocui, talvolta motivati da un sincero impulso di cura verso la fauna. Tuttavia, l’alimentazione artificiale della fauna selvatica produce effetti negativi significativi, spesso superiori ai presunti benefici.
Il primo ordine di problemi è di natura nutrizionale. Le specie selvatiche presenti nel territorio veneto — dai caprioli delle aree collinari ai germani reali dei corsi d’acqua planiziali, dalle cornacchie grigie ai ricci — si sono adattate nel corso dell’evoluzione a regimi alimentari specifici, finemente calibrati sulle risorse del proprio habitat. L’introduzione di alimenti di origine antropica — pane, cereali lavorati, scarti di cucina — determina squilibri metabolici, patologie gastrointestinali e, nei casi più gravi, deformità irreversibili e morte.
L’alimentazione artificiale comporta inoltre rilevanti alterazioni comportamentali. Gli animali che si abituano a una fonte trofica artificiale perdono progressivamente la capacità e la motivazione di procacciarsi il nutrimento in modo autonomo, sviluppando una dipendenza dalla presenza umana.
A ciò si associa frequentemente un incremento dell’aggressività, sia nei confronti dell’uomo sia nelle interazioni intraspecifiche, come è facilmente osservabile nei parchi urbani e nelle aree attrezzate per la sosta, dove corvidi e laridi manifestano comportamenti sempre più invadenti.
Quando gli animali cessano di foraggiare autonomamente e si concentrano attorno a un punto di alimentazione, si determinano inoltre le condizioni ottimali per la diffusione di patologie. Malattie come la salmonellosi e la tricomoniasi si trasmettono con elevata efficienza laddove gli uccelli si aggregano in prossimità di mangiatoie o abbeveratoi. L’accumulo di escrementi in aree circoscritte provoca il deterioramento della qualità delle acque e del suolo, favorendo fioriture algali e proliferazione batterica in stagni, fossati e zone umide.
Un ulteriore effetto collaterale riguarda l’attrazione di specie indesiderate. Il cibo destinato a una determinata specie viene sistematicamente intercettato da ratti, topi e piccioni, e i punti di concentrazione trofica si trasformano in siti di predazione facilitata per predatori opportunisti quali volpi e gatti inselvatichiti, con l’esito paradossale che le specie che si intendeva sostenere divengono esse stesse più vulnerabili.
A queste dinamiche si aggiunge un fenomeno che ha assunto dimensioni rilevanti: il foraggiamento venatorio. Si tratta della pratica di installare mangiatoie e punti di alimentazione artificiale per gli ungulati — cervi, caprioli, cinghiali — con lo scopo dichiarato di sostenerne la sopravvivenza invernale, ma con l’effetto reale di mantenere artificialmente elevata la densità delle popolazioni cacciabili.
Per quanto riguarda i cinghiali, tale pratica è stata esplicitamente vietata dalla legge 221 del 2015. Il foraggiamento venatorio altera profondamente gli equilibri ecologici: favorisce una riproduzione eccedente la capacità di carico del territorio, genera aggregazioni innaturali che facilitano la trasmissione di agenti patogeni e, come documentato da Marco Salvatori in una recente ricerca del MUSE di Trento pubblicata sulla rivista Ecosphere, attira nei pressi delle mangiatoie anche i predatori, modificando il comportamento dei lupi e le dinamiche dell’intera comunità faunistica. Il Consiglio di Stato, in una sentenza del 2026, ha richiamato il principio costituzionale di tutela della biodiversità e dell’ecosistema (art. 9 Cost.) per evidenziare come tali pratiche possano produrre conseguenze dannose superiori ai benefici attesi.
Gli animali selvatici dispongono delle competenze ecologiche necessarie per individuare autonomamente le risorse trofiche e idriche del proprio ambiente. Il contributo più efficace alla conservazione della fauna non consiste nel nutrirla, ma nel preservare l’integrità degli ecosistemi che la sostengono.
(Autore: Paola Peresin)
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