Uno stagno pieno di maschi in canto sembra la fotografia dell’abbondanza. Ogni richiamo pubblicizza un potenziale compagno. Ma per la femmina che ascolta dal bordo dell’acqua, più voci non significa più probabilità di trovare quella giusta. Lo mostra uno studio pubblicato il 12 agosto su iScience da un gruppo dello Smithsonian Tropical ResearchInstitute e dell’Università del Tennessee, su Hyla chrysoscelis, la raganella grigia di Cope, diffusa in gran parte del Nord America orientale.
Il gruppo di Claire Hemingway ha isolato un fattore preciso dalla confusione acustica dei cori riproduttivi. Finora la letteratura si era concentrata sull’energetic masking: i richiami sovrapposti che rendono difficile distinguere un singolo maschio dal rumore di fondo. L’esperimento ha invece isolato una variabile diversa, il numero di opzioni disponibili, riproducendo cori artificiali con un numero crescente di richiami e livelli di rumore controllati indipendentemente.
Risultato: più maschi in competizione, più tempo per decidere, minore accuratezza nella scelta del richiamo target, e in una parte non trascurabile dei casi nessuna scelta. L’effetto persisteva anche a rumore di fondo costante: non è la cacofonia a confondere le femmine, è il numero delle alternative.
Gli autori chiamano il fenomeno choice overload, sovraccarico da scelta: concetto noto alla psicologia della decisione umana, descritto per la prima volta studiando comportamenti d’acquisto, qui isolato per la prima volta in un contesto di selezione sessuale animale, al netto delle interferenze sensoriali. Scegliendo un maschio dal canto attraente, la femmina ottiene benefici genetici per la prole: se il sovraccarico la spinge a scegliere un richiamo subottimale, o a non scegliere affatto, l’effetto ha una ricaduta evolutiva. Tratti acustici meno favoriti possono restare nel pool genetico della popolazione semplicemente perché il meccanismo di selezione si inceppa oltre una certa soglia di opzioni.
Buona parte della stampa che ha ripreso lo studio ha scelto l’analogia con le app di incontri: la femmina indecisa come l’utente che scorre profili senza concludere. Regge fino a un certo punto: gli stessi autori invitano alla cautela, la scelta del partner nell’uomo coinvolge linguaggio, identità, memoria, cultura, relazioni che un esperimento su sessanta raganelle non pretende di modellare. E la letteratura sul sovraccarico da scelta nell’uomo non è affatto univoca: una metanalisi su cinquanta esperimenti ha trovato un effetto medio prossimo allo zero, con ampia variabilità tra studi.
Il punto solido non è l’aneddoto sulle app. È che la capacità di elaborazione dell’informazione è un limite biologico, non un dettaglio trascurabile nei modelli di comportamento animale. E questo limite riguarda da vicino chi lavora sulla gestione delle popolazioni selvatiche, spesso ancorata all’idea implicita che più opzioni, più risorse, più densità di conspecifici equivalgano a un miglior funzionamento dei processi riproduttivi. Non è così in modo lineare: un ambiente saturo di stimoli, acustici in uno stagno o comportamentali in una popolazione sovrabbondante, può deteriorare la qualità delle decisioni individuali proprio quando si presume che l’abbondanza garantisca il funzionamento ottimale del sistema.
È la stessa distorsione che percorre buona parte del dibattito sulla fauna selvatica: più segnalazioni, più foto di fototrappola, più dati grezzi vengono scambiati per più conoscenza. Spesso producono l’esito opposto: decisioni più lente, meno accurate, a volte nessuna decisione. Le raganelle non hanno alternativa al proprio apparato uditivo. Chi gestisce la fauna sì, e il compito, quasi sempre disatteso, è filtrare il rumore prima che diventi l’unico segnale disponibile.
(Autrice: Paola Peresin)
(Foto: Ab. Unsplash.com)
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