Le nostre montagne si sciolgono. Non è una metafora; è un dato che si misura in metri di arretramento glaciale, in bilanci di massa negativi, in stagioni di fusione che si allungano ogni anno. Eppure il ritmo con cui la politica affronta questo dato resta immutato, quasi che il collasso di un ghiacciaio fosse un evento che accade altrove, a qualcun altro, in un tempo che non riguarda chi oggi ha la responsabilità di decidere.
C’è qualcosa di paradossale, prima ancora che ridicolo, nel modo in cui chi ricopre un ruolo istituzionale continua a parlare della crisi climatica come se fosse un fenomeno esterno alle proprie scelte, un destino meteorologico piuttosto che l’esito misurabile di decisioni energetiche, industriali, agricole. Fino a poco tempo fa la negazione era esplicita. Oggi si è fatta più sottile, non si nega più il fenomeno, lo si assimila allo spettacolo. Un’ondata di caldo diventa contenuto, un ghiacciaio che si scioglie e una montagna che si sgretola diventano reel, l’urgenza si consuma nello scroll di pochi secondi e lascia il posto al contenuto successivo.
I dati, in queste settimane, non lasciano spazio all’ambiguità. Sulla Marmolada la temperatura resta sopra lo zero da metà giugno, con punte vicine ai 5 gradi a Punta Rocca; il ghiacciaio ha perso circa duecento metri di fronte in appena due settimane, la superficie è solcata da crepacci e ruscellamenti, il colore è quello scuro della roccia più che quello bianco del ghiaccio. Poco più a est, sul Monte Pelmo, le pareti settentrionali franano a ripetizione, gli ultimi distacchi risalgono a fine luglio, e il CAI ha dovuto sconsigliare arrampicate ed escursioni sotto i versanti esposti a nord, perché lo scioglimento del permafrost oltre i 2800-3000 metri toglie coesione alla roccia e la fa collassare. Non sono eventi isolati, sono la stessa dinamica, letta su due materiali diversi, ghiaccio e pietra, che si stanno riorganizzando sotto i nostri occhi secondo una fisica che non aspetta le agende politiche.
Questo scivolamento dalla crisi alla narrazione ha un costo preciso, separa la percezione dall’azione. Si può condividere un video su un ghiacciaio che si scioglie e continuare a considerarlo un problema di competenze altrui, un dovere morale delegabile a qualcun altro, sempre un po’ più a valle nella catena delle responsabilità. Nel frattempo esistono anche modelli che provano a fare l’opposto, a trasformare la ricerca scientifica in decisioni verificabili invece che in racconto: lo Smithsonian, con la sua iniziativa Our Shared Future, è solo un esempio tra i possibili, e ricorda che la sostenibilità non si misura in condivisioni ma in scelte coerenti con i dati.
La Marmolada e il Pelmo non hanno bisogno di stupore o di indignazione condivisa. Hanno bisogno di scelte politiche coerenti con i dati che li descrivono, prese da chi quei dati sa leggerli e ha il potere di agire di conseguenza. Il resto, per quanto virale, è tempo sottratto al ghiaccio e alla roccia che nel frattempo continuano a sciogliersi e a franare.
(Autrice: Paola Peresin)
(Foto: Ab. Unsplash.com)
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