Il mondo torna a fare la guerra: il dato di Oslo che dovrebbe preoccuparci

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Nel 2025 registrati 65 conflitti in 35 Paesi, il numero più alto dal 1946. Ma il segnale più inquietante è un altro: raddoppiano le guerre combattute direttamente tra Stati.

C’è un numero che racconta meglio di molti discorsi il momento che sta attraversando il mondo: 65. Sono i conflitti armati che hanno coinvolto almeno uno Stato registrati nel 2025 dall’Uppsala Conflict Data Program (UCDP), nel quadro analizzato dal Peace Research Institute Oslo (PRIO). Sono stati rilevati in 35 Paesi: mai, dall’inizio della serie storica nel 1946, se ne erano registrati così tanti in un solo anno.

Ma il dato più preoccupante non è soltanto il numero complessivo dei conflitti. È il ritorno della guerra tra Stati.

Otto conflitti tra Stati

Nel 2025 i conflitti interstatali sono stati otto, il doppio rispetto ai quattro del 2024 e il numero più alto registrato dal 1946.

Tra questi figurano la guerra tra Russia e Ucraina, il conflitto tra India e Pakistan, gli scontri tra Afghanistan e Pakistan e il confronto tra Thailandia e Cambogia, oltre ai conflitti interstatali legati all’escalation in Medio Oriente.

Per decenni le guerre tra Stati sono state relativamente rare, mentre a prevalere sono stati soprattutto conflitti interni, guerre civili e insurrezioni.

Il dato del 2025 segnala quindi un cambiamento importante: gli Stati tornano a confrontarsi direttamente sul campo di battaglia con una frequenza che non si vedeva dalla seconda metà del Novecento.

Non è una previsione di una nuova guerra mondiale. È, più semplicemente, la fotografia di un sistema internazionale diventato più instabile.

Più conflitti, spesso nello stesso Paese

Il rapporto “Conflict Trends: A Global Overview, 1946–2025” mostra anche un’altra caratteristica della conflittualità contemporanea.

I 65 conflitti non sono distribuiti uniformemente sul pianeta. Sono concentrati in 35 Paesi e, in diversi casi, più conflitti si sovrappongono nello stesso territorio.

Myanmar e Israele ne hanno registrati cinque ciascuno. Afghanistan, Camerun, Mali, Nigeria e Pakistan hanno dovuto affrontare più conflitti nello stesso anno.

È una delle caratteristiche della nuova geografia della guerra. Non sempre esiste più un unico fronte, con due eserciti contrapposti e un territorio chiaramente delimitato. In uno stesso scenario possono agire Stati, gruppi armati, milizie e potenze esterne, con conflitti differenti che finiscono per intrecciarsi.

Questo rende le crisi più difficili da risolvere. Un conflitto locale può alimentare un’altra crisi, coinvolgere nuovi attori e produrre conseguenze ben oltre i confini del Paese nel quale è iniziato.

Circa 245 mila morti

Dietro le statistiche ci sono naturalmente le persone. Nel 2025 la violenza organizzata ha provocato circa 245 mila morti legate ai combattimenti, secondo UCDP. È stato il terzo anno più sanguinoso dal 1989 per questa categoria di vittime.

L’aumento rispetto alle circa 188 mila vittime registrate nel 2024 è stato determinato soprattutto dalla guerra tra Russia e Ucraina, dalla guerra a Gaza e dall’escalation della violenza in Sudan.

Ma c’è un altro dato che colpisce. UCDP ha registrato circa 76.500 morti provocate da violenza unilaterale contro i civili, più di quattro volte il dato dell’anno precedente. È il livello più alto dal 1994.

L’aumento è stato determinato soprattutto dalla situazione in Sudan e dalle stragi avvenute dopo la conquista di El Fasher, nel Darfur. È una cifra che racconta un’altra dimensione della guerra: non soltanto eserciti che si combattono, ma civili che diventano direttamente bersaglio della violenza.

Tredici guerre

Dei 65 conflitti registrati nel 2025, 13 hanno raggiunto la soglia che UCDP definisce “guerra”, cioè almeno mille morti legate ai combattimenti nell’arco di un anno.

È il livello più alto dal 1992 e uguaglia il precedente massimo di 13 guerre registrato nel 2013.

Il dato aiuta a comprendere la portata del fenomeno. Non siamo di fronte soltanto a un aumento delle crisi o degli episodi di violenza. In una parte significativa dei conflitti, la violenza ha raggiunto livelli tali da rientrare nella categoria più grave utilizzata dagli studiosi.

Africa e Medio Oriente gli epicentri

L’Africa continua a essere la regione con il maggior numero di conflitti armati, sia statali sia non statali.

Il Medio Oriente ha invece raggiunto nel 2025 il livello più alto mai registrato di conflitti tra Stati. Anche l’Asia ha raggiunto il livello più elevato di conflittualità statale dalla metà degli anni Novanta. Non si tratta quindi di una singola crisi.

Il quadro che emerge è quello di un mondo nel quale i conflitti sono numerosi, spesso concentrati negli stessi territori e sempre più capaci di coinvolgere direttamente Stati diversi. PRIO sottolinea proprio questa crescente interconnessione: le guerre coinvolgono più attori e presentano un maggiore rischio di propagazione oltre i confini originari.

La guerra non è più così lontana

Per chi vive in Italia, tutto questo potrebbe sembrare una realtà distante. Non lo è.

Le guerre incidono sui prezzi dell’energia e delle materie prime, sulle rotte commerciali, sulle catene di approvvigionamento, sui mercati finanziari, sui flussi migratori e sulle scelte di politica estera e di difesa dei Paesi europei.

Ma c’è qualcosa di ancora più importante. Quando aumentano i conflitti combattuti direttamente tra Stati, aumenta anche il rischio che una crisi coinvolga altri Paesi attraverso alleanze, interventi militari, sostegno a una delle parti o l’espansione geografica della violenza.

Questo non significa che una nuova guerra mondiale sia inevitabile. I dati di PRIO e UCDP non sono una profezia e non consentono di prevedere il futuro.

Sono però una fotografia estremamente significativa del presente. E quella fotografia non è rassicurante.

Il dato che non dovremmo normalizzare

Forse il punto è proprio questo. Ci siamo abituati a leggere ogni giorno di Ucraina, Gaza, Sudan, Medio Oriente, Afghanistan, Myanmar e di molti altri luoghi nei quali si combatte. Una guerra rischia di cancellare quella precedente dal ciclo delle notizie. Un nuovo fronte diventa rapidamente normalità.

Ma i numeri di Oslo suggeriscono di fermarsi un momento. 65 conflitti in un solo anno. Otto conflitti combattuti direttamente tra Stati. Tredici guerre. Circa 245 mila morti legate ai combattimenti. 76.500 vittime della violenza unilaterale contro i civili.

Non sono soltanto numeri. Sono il ritratto di un mondo nel quale la guerra torna ad avere un peso centrale nelle relazioni internazionali.

E forse la domanda più importante non è se il mondo sia già sull’orlo di una nuova grande guerra. È un’altra: quanto a lungo possiamo continuare a considerare normale un mondo nel quale la guerra torna a essere una delle principali forme di relazione tra gli Stati?

(Autore: Redazione di Qdpnews.it – Peace Research Institute Oslo (PRIO), “Conflict Trends: A Global Overview, 1946–2025”; Uppsala Conflict Data Program (UCDP), Uppsala University)
(Foto: Ab. Unsplash.com)
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