Il morso che non si vede

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C’è un istante, in una scatola di plexiglass a Parigi, in cui un crotalo smette di essere immobile. Un cilindro di gel scaldato a 38 gradi giace davanti a lui, e per la sua lingua, per le sue fossette termosensibili, è indistinguibile da una preda viva. Passa meno di un decimo di secondo tra la quiete e l’affondo: il tempo che un occhio umano impiega a battere si è già consumato tre volte. È in quella frazione, invisibile a occhio nudo ma ora scomposta fotogramma per fotogramma, che si gioca gran parte della storia evolutiva dei serpenti velenosi.

Da più di sessanta milioni di anni queste creature affidano la propria sopravvivenza a un’arma chimica e a un gesto. Le prime riprese ad alta velocità dei loro attacchi risalgono agli anni Cinquanta, quando la cinematografia rendeva finalmente visibile ciò che prima si poteva solo intuire. Da allora gli strumenti sono cambiati, ma chi studiava i serpenti si è sempre scontrato con gli stessi ostacoli: una sola telecamera restituiva una sola prospettiva, mentre l’animale si muoveva su tre assi; la scarsa luce dei rilievi sul campo confondeva i dettagli; e quasi sempre si osservava una specie per volta, come guardare un singolo fotogramma di un film molto più lungo.

Uno studio, pubblicato sul Journal of Experimental Biology, prova a girare quel film per intero. I ricercatori hanno riunito 36 specie appartenenti alle tre grandi famiglie dei serpenti velenosi, vipere, elapidi e colubridi, tra cui il crotalo diamantino occidentale (Crotalus atrox), la vipera del Levante (Macrovipera lebetinus) e la vipera sorda dalla coda ruvida (Acanthophis rugosus). A ciascun animale è stata offerta la stessa esca di gel riscaldato, ripresa da due telecamere poste ad angoli diversi e sincronizzate a mille fotogrammi al secondo; incrociando le due prospettive, gli attacchi sono stati ricostruiti in tre dimensioni, zanna per zanna. Alla fine, in archivio, sono rimasti 108 morsi andati a segno, tre per ciascuna specie.

Ed è lì che le strade si separano. Le vipere sono le più rapide di tutte: superano i 4,5 metri al secondo lanciandosi verso il bersaglio, e le loro zanne, sottili come aghi, a volte mancano l’angolo giusto al primo colpo, si ritraggono, si reinseriscono, cercano la posizione esatta prima che le fauci si chiudano e il veleno cominci a scorrere. In quattro casi su cinque il contatto avviene in meno di 90 millesimi di secondo, un tempo più breve di quello che un mammifero spaventato impiega anche solo per iniziare a scattare via.

Gli elapidi seguono un’altra logica. Il cobra corallo del Capo (Aspidelaps lubricus) non si affida alla velocità ma alla pazienza: avanza lentamente, morde, si stacca, morde ancora, mentre i muscoli mascellari si contraggono a ogni iniezione, come una mano che stringe un contagocce più volte. I colubridi, come il serpente di mangrovia (Boiga dendrophila), giocano una partita diversa ancora: le loro zanne sono più arretrate in bocca, così attaccano da più lontano, e una volta serrate le fauci sulla preda non restano ferme, ma scivolano lateralmente, aprendo uno squarcio che lascia entrare il veleno su un fronte più ampio.

Che la forma delle zanne rispecchiasse le abitudini alimentari di ogni specie, in un certo senso, si sapeva già. Quello che mancava era vedere cosa accade quando quella forma entra in azione: un gesto diverso per ogni ramo dell’albero evolutivo, rifinito in decine di milioni di anni, e compiuto in un tempo più breve di quanto ci serva per accorgerci che è cominciato.

(Autore: Paola Peresin)
(Foto: archivio Qdpnews.it)
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