L’Italia ricicla quasi tutto. Il 93% dei rifiuti prodotti, sia urbani che industriali, viene recuperato e rimesso in circolo. nell’economia. La media europea si ferma al 61%. Nel settore siderurgico, il 90% dell’acciaio prodotto in Italia viene ricavato da rottami, contro il 31% della media continentale. Nell’alluminio, il 78% contro il 32%. Sono numeri che collocano il nostro Paese al vertice assoluto del riciclo europeo, terzo solo a Olanda e Belgio per tasso di circolarità complessiva della materia.
Eppure il Rapporto Circonomia 2026, presentato nelle scorse settimane dall’Istituto Ambiente Italia, racconta anche un’altra storia. La stessa Italia che eccelle nel recupero dei materiali perde terreno nella transizione energetica: è scivolata fuori dal podio europeo sulla decarbonizzazione, superata da Danimarca, Olanda e Austria, e accumula un ritardo crescente rispetto a Germania, Francia e Spagna sul fronte delle rinnovabili. I due trend, quello virtuoso e quello critico, si muovono in direzioni opposte, e la distanza tra loro si allarga.
La questione non è secondaria. L’economia circolare, nel senso più profondo del termine, non si misura soltanto dalla quantità di materiale che non finisce in discarica. Si misura dalla qualità energetica del processo con cui quel materiale viene trasformato. Riciclare il 93% dei rifiuti consumando energia da fonti fossili è un risultato incompleto: sposta il problema a valle, senza risolverlo a monte. L’industria del riciclo è per sua natura ad alta intensità energetica, e finché l’energia che la alimenta continua a provenire in larga misura dal gas e dal petrolio, il cerchio non si chiude davvero.
C’è poi una seconda contraddizione, più strutturale. L’Italia che recupera materia in quantità record dipende ancora per il 46,6% del proprio fabbisogno industriale da importazioni. Questo significa che l’eccellenza nel riciclo non si è ancora tradotta in piena autonomia dalle materie prime vergini, né in una filiera interna abbastanza robusta da reggere alle oscillazioni dei mercati globali. Quando i prezzi delle materie prime importate calano, le filiere del riciclato soffrono, perché non riescono a competere sul prezzo. La circolarità, in assenza di politiche industriali che creino domanda stabile di materiale secondario, rimane esposta alla logica del mercato spot.
Il quadro complessivo è quello di un Paese con competenze industriali eccezionali e una visione energetica insufficiente. Come se una grande orchestra avesse sezioni di archi straordinarie e una sezione fiati quasi assente. Il suono che ne risulta è squilibrato, e nessuna eccellenza parziale può compensare la mancanza di coerenza sistemica.
Il Circular Economy Act che l’Unione Europea sta definendo per il 2026 punta proprio a uniformare standard, classificazioni e circolazione transfrontaliera delle materie prime seconde. Per l’Italia è un’opportunità concreta: le competenze ci sono, le infrastrutture ci sono, manca la cornice normativa che le valorizzi pienamente a livello europeo. Ma la cornice non basta, se al suo centro continua a mancare la transizione energetica.
I numeri del riciclo italiano sono una notizia buona. Il contesto in cui quei numeri vivono è una domanda aperta. Riciclare bene in un sistema fossile è solo metà del lavoro.
(Autrice: Paola Peresin)
(Foto: Ab. Unsplash.com)
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