Il tursiope che impara ad aspettare

Al largo delle coste venete, un tursiope che segue un peschereccio a strascico non è più un’eccezione da segnalare; è la norma statistica. Lo dimostra uno studio pubblicato su Frontiers in Mammal Science, firmato dai ricercatori di Dolphin Biology and Conservation insieme alla United States Marine Mammal Commission, guidati da Giovanni Bearzi, Silvia Bonizzoni e Randall Reeves. Tra il 2018 e il 2024 il team ha condotto 859 ispezioni di pescherecci al largo del Veneto, estendendo poi l’osservazione alle Marche nel 2025, usando la foto-identificazione delle pinne dorsali per riconoscere i singoli individui nel tempo.

I numeri raccontano una popolazione tutt’altro che marginale: oltre 1.000 tursiopi (Tursiops truncatus) distribuiti tra le due regioni, e tra l’86% e il 90% degli individui fotografati almeno una volta al seguito di un peschereccio a strascico. Non un comportamento occasionale, dunque, ma una strategia alimentare diffusa e stabile nel tempo.

Colpisce l’asimmetria territoriale: in Veneto solo il 26% dei pescherecci a strascico risulta seguito dai delfini, contro il 76% nelle Marche. Gli autori non hanno trovato una spiegazione definitiva per questo scarto, escludendo però un errore di campionamento. Resta un dato aperto, e la scienza seria si riconosce anche da questo, dal non riempire con narrazione ciò che i dati non spiegano ancora.

Il punto critico, però, è un altro. Il comportamento di seguire lo strascico viene spesso raccontato come prova della plasticità e della resilienza dei cetacei, la loro capacità di adattarsi a un mare cambiato. È una lettura comoda, ma parziale. Gli stessi autori dello studio la ribaltano; trovare prede naturali a sufficienza, lontano dai pescherecci, in un mare sovrasfruttato, è diventato troppo rischioso o troppo dispendioso. Il tursiope non sceglie lo strascico per opportunismo, lo sceglie perché il mare, altrove, gli offre sempre meno.

Chiamare questo adattamento senza aggiungere altro significa travestire da buona notizia un sintomo di collasso. L’impoverimento ittico costiero, la riduzione delle taglie medie delle prede, la contrazione degli habitat di foraggiamento; sono queste le cause, non la fantasiosa intelligenza opportunistica dell’animale. Gli stessi ricercatori lo scrivono con chiarezza, sollecitando una riduzione della pesca a strascico come misura di conservazione, non come opzione tra le tante.

Non è un caso isolato di cronaca marina, è un indicatore. Quando una specie sentinella riorganizza la propria intera economia comportamentale attorno a un’attività umana, non sta dimostrando quanto sia adattabile la natura. Sta misurando, con la precisione di un dato di campo, quanto sia stato ridisegnato l’ambiente in cui vive.

(Autore: Paola Peresin)
(Foto: Ab. Unsplash.com)
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