Sabato scorso, verso mezzogiorno, sui pascoli vicini a Malga Ronco Carbon, sull’Altopiano dei Sette Comuni. Una escursionista padovana di 45 anni si avvicina a un vitello al pascolo. Vuole una foto, probabilmente. Il gesto più naturale del mondo, oggi: vedere un animale giovane, tenero, e cercare di fissarne l’immagine. Ma la madre del vitello non la legge così. Si avvicina, carica, la donna cade e si frattura una gamba. Viene soccorsa dai familiari e poi dal 118.
Non è un episodio isolato, e non è nemmeno il più grave della sua categoria: pochi mesi fa, sul passo Croce d’Aune, un’altra donna intenta a filmare una desmontegada con il telefono è stata investita da una vacca spaventata, riportando ferite molto più serie. Sono storie diverse, ma raccontano la stessa cosa: la fatica, quasi l’incapacità, di leggere correttamente lo spazio che condividiamo con un’altra specie.
Un corpo che non è un’icona
Il problema comincia da come guardiamo l’animale. Il vitello, in un pascolo alpino, non è paesaggio, non è un’icona pittoresca da inquadrare: è un piccolo, e ogni piccolo di mammifero sociale ha accanto una madre pronta a intervenire.
Biospoiler. Dal topolino di campagna alla tigre siberiana la regola non cambia; la femmina che difende la prole passa dall’essere un roditore di 20 grammi a un incubo con i denti.
La taglia è un dettaglio, l’attitudine è identica
Questo è un dato elementare di comportamento animale, eppure sfugge sistematicamente a chi si avvicina con il telefono in mano. Non per ignoranza generica, ma per una forma specifica di cecità: guardiamo l’animale come immagine, non come corpo che occupa uno spazio, che percepisce una minaccia, che ha una soglia di tolleranza e una reazione di difesa (una risposta fisica attivata quando quella soglia viene superata).
Una vacca al pascolo con il vitello non è un soggetto fotografico passivo. È un sistema di allarme biologico che valuta costantemente la distanza, la velocità di avvicinamento, la postura di chi si avvicina. Quando quella soglia viene superata, la risposta non è cattiveria: è difesa. Cambia la lettura dell’evento, ma cambia poco per la gamba fratturata.
La distanza come linguaggio perduto
Chi lavora con gli animali possiede una conoscenza esplicita, appresa: sa leggere la distanza di sicurezza, i segnali di allerta, la soglia oltre la quale un pascolo quieto diventa pericoloso. Ma anche chi non li conosce da vicino ha sempre avuto, in qualche misura, un pudore istintivo verso l’animale: una prudenza inconsapevole, quasi fisica, che tratteneva dal cucciolo e dalla madre senza bisogno di saperne il perché. È questo pudore, più che una competenza tecnica, che oggi sembra essersi smarrito. La logica del fotografare, dell'”instagrammare” (che brutta parola! scusate) la vacanza, spinge ad avvicinarsi per ottenere lo scatto, e in quel gesto cancella la distanza istintiva che un tempo ci separava, senza che ce ne accorgessimo, dagli animali che non conoscevamo.
Il risultato è un paradosso: viviamo in un tempo di enorme visibilità delle altre specie, inondati di immagini e contenuti sulla natura, ma sempre più incapaci di un rapporto diretto, fisico, prudente con un animale reale che si trova a pochi metri da noi. Guardiamo la natura più che mai, e la comprendiamo sempre meno nei suoi segnali concreti.
Non è colpa della vacca
L’appello lanciato dopo l’incidente, quello di fare attenzione perché un animale che si sente minacciato può caricare per difendersi, è la sintesi più onesta possibile della vicenda. Non chiede di temere gli animali, né di trasformare ogni pascolo in un luogo interdetto: chiede semplicemente di riconoscere che un altro essere vivente ha una sua soglia, i suoi tempi, i suoi segnali, e che il nostro desiderio di un’immagine non li sospende.
Questo è forse il punto più scomodo di tutta la vicenda: non è un problema di regole o di cartelli, ma di postura mentale. Finché continueremo ad avvicinarci alle altre specie con lo sguardo di chi colleziona contenuti, e non con quello di chi condivide, per un momento, lo stesso spazio con un corpo vivo e vigile, questi incidenti continueranno a ripetersi. La gamba fratturata di Gallio è, in fondo, il prezzo pagato per una distanza che non sappiamo più misurare.
(Autore: Paola Peresin)
(Foto: Ab. Unsplash.com)
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