L’odore della crisi della biodiversità

Fate un respiro profondo. In questo preciso istante, con ogni probabilità, state percependo un odore. Forse è il caffè del bar sotto casa, o l’asfalto bagnato dopo un acquazzone, o il profumo di pane che sale da un forno all’angolo. Il naso umano è un organo straordinario, capace di distinguere un numero di profumi così grande da sfiorare l’incredibile. Eppure quello che diamo per scontato ogni volta che respiriamo è più fragile di quanto immaginiamo, e sta scomparendo.

Una serie di ricerche recenti converge su un’osservazione inquietante: molti odori stanno lentamente sparendo dalla Terra. Non si tratta di una perdita metaforica, ma di un processo chimico, biologico ed ecologico che si dispiega in silenzio, in parallelo alle altre crisi ambientali che già conosciamo. Cambiamento climatico, perdita di biodiversità e inquinamento formano una triplice minaccia capace di riscrivere, senza che quasi nessuno se ne accorga, il modo in cui il pianeta odora.

Per capire perché questa perdita abbia conseguenze reali, bisogna prima capire come funziona l’olfatto. Quello che percepiamo come profumo è un insieme di molecole chimiche disperse nell’aria, rilasciate dagli oggetti quando si riscaldano o si decompongono. Quando le inaliamo, il muco nella cavità nasale le dissolve e le lega ai recettori olfattivi, che inviano segnali al cervello. Ed è qui che accade qualcosa di speciale: i segnali olfattivi viaggiano vicinissimi alle strutture cerebrali legate alle emozioni e alla memoria. Per questo motivo un odore può riportarci indietro nel tempo in un istante, prima ancora che la mente cosciente abbia registrato la fragranza. Gli odori familiari evocano nostalgia, senso di appartenenza, significato, in modo più diretto e viscerale di qualsiasi immagine.

Il cambiamento climatico sta alterando tutto questo in modo tutt’altro che neutro. Con l’aumento delle temperature, le molecole si muovono più velocemente e le sostanze rilasciano quantità maggiori di composti volatili. Una foresta non profuma allo stesso modo a dieci gradi e a sedici: il profilo chimico dell’aria cambia, e con esso cambia la percezione dell’ambiente. Lo stesso vale per la neve, che con le temperature più elevate assorbe diversamente le sostanze atmosferiche, perdendo quella freschezza olfattiva che conosciamo. Nelle città, le strade asfaltate e le abitazioni sotto l’effetto del caldo rilasciano composti organici volatili, modificando ulteriormente l’aria che respiriamo.

Ma è la perdita di biodiversità il meccanismo più definitivo e irreversibile. Quando una specie vegetale scompare, scompare con essa la sua firma chimica nell’aria. Sandalo, vaniglia, bergamotto, lavanda: centinaia di migliaia di piante sono oggi minacciate dai cambiamenti ambientali. Con loro scompaiono fragranze che l’evoluzione ha costruito in milioni di anni e che la cultura umana ha intrecciato con rituali, cerimonie, identità collettive. Alcune resine aromatiche usate nei riti religiosi da millenni provengono da alberi oggi a rischio di estinzione a causa della deforestazione e del cambiamento climatico. Non sparisce solo una pianta: sparisce una storia olfattiva millenaria.

Le conseguenze non sono solo culturali. Si comincia a capire che l’inquinamento atmosferico danneggia fisicamente il sistema olfattivo, riducendo la capacità di distinguere gli odori. E chi vive nelle aree urbane più esposte all’inquinamento, spesso le comunità socialmente più vulnerabili, è anche chi subisce maggiormente questo danno. La perdita dell’olfatto, come ha rivelato la pandemia da Covid-19, è tutt’altro che banale: le persone che perdono questa capacità riferiscono peggioramenti significativi della qualità della vita e un aumento dei sintomi depressivi. L’olfatto, insomma, non è un senso di lusso.

Al contrario, gli odori naturali fanno bene in modo misurabile. La tradizione giapponese del bagno nella foresta ha documentato da tempo i benefici fisiologici del trascorrere del tempo immersi negli odori del bosco. I fitoncidi, composti rilasciati dagli alberi e inalati attraverso il naso, riducono lo stress, rafforzano il sistema immunitario, favoriscono il rilassamento. Non è romanticismo: è biochimica. E la ricerca suggerisce che questo tipo di benefici sia strettamente legato alla qualità e alla ricchezza dell’ambiente olfattivo naturale, un ambiente che il cambiamento climatico sta impoverendo.

La perdita degli odori è anche una perdita di patrimonio immateriale, difficile da quantificare ma reale quanto quella di un monumento o di una lingua. In molte culture del mondo, i profumi sono il cuore di pratiche rituali tramandate attraverso le generazioni: cerimonie di purificazione, offerte, preparazioni medicinali. In alcune comunità amazzoniche, il cambiamento nell’odore dei fiumi dovuto all’inquinamento industriale non è solo un segnale di degrado ecologico, ma una rottura nel tessuto stesso della vita spirituale e culturale. Nelle comunità della diaspora africana in America Latina, certi odori ancestrali sono sopravvissuti a secoli di oppressione come ultimo residuo di identità culturale, e oggi sono minacciati dal cambiamento climatico, che rende inaccessibili le piante necessarie per produrli.

Di fronte a tutto questo, la scienza cerca strumenti nuovi. Il progetto europeo SCENTinel, che combina ingegneria chimica, neuroscienze e studi culturali, sta sviluppando modelli di intelligenza artificiale capaci di ricostruire chimicamente gli odori del passato e di proiettare come cambierà il paesaggio olfattivo del futuro in diversi scenari climatici. L’obiettivo non è nostalgia tecnologica: è creare connessioni emotive che rendano la crisi climatica percepibile in modo diretto. Far annusare alle persone com’era una foresta prima del riscaldamento globale, e come potrebbe diventare, potrebbe smuovere qualcosa che nessuna fotografia o grafico riesce a toccare.

Nel frattempo, la ricerca arranca dietro la velocità del cambiamento. Non sappiamo ancora del tutto cosa stiamo perdendo, perché spesso non abbiamo nemmeno catalogato ciò che esiste. E in un mondo sempre più audiovisivo e dominato dagli schermi, il rischio concreto è che questa perdita passi del tutto inosservata. Siamo diventati una specie che guarda il mondo molto più di quanto non lo annusi, e questa cecità olfattiva ci rende incapaci di percepire quanto stia cambiando l’aria intorno a noi.

Eppure basta un respiro profondo per capire quanto quell’aria sia densa di significato. Ogni volta che annusiamo una foresta, un campo dopo la pioggia, il mare all’alba, stiamo attingendo a qualcosa di antico e prezioso, qualcosa che la Terra ha costruito in milioni di anni e che potremmo perdere nel giro di decenni. Uscite e annusate il bosco. Non è un consiglio romantico. È quasi un atto di resistenza.

(Autore: Paola Peresin)
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