Lupi, cinghiali e cervi, ancora dialoghi impossibili?

Lupi, cinghiali e cervi. Nella sola settimana appena trascorsa ho assistito a discussioni e dibattiti su ciascuna di queste specie, tutte accomunate da un destino simile: quello di trasformare ogni tentativo di confronto in un conflitto sociale. È un copione che si ripete, e che mi ha spinto a interrogarmi su cosa non funzioni nel modo in cui affrontiamo la gestione della fauna.

Esiste una distinzione fondamentale che troppo spesso viene ignorata nel dibattito pubblico sulla gestione della fauna: da un lato ci sono le scelte gestionali che spettano alla politica e alle istituzioni democratiche, dall’altro ci sono i dati scientifici, che la ricerca deve fornire a supporto di quelle scelte. Confondere questi due piani genera incomprensioni, conflitti e, alla fine, cattive decisioni.

Va però ricordato che la conoscenza scientifica, per quanto preziosa, rappresenta solo uno dei tanti saperi che caratterizzano la nostra specie. Il metodo scientifico, del resto, ha appena qualche secolo di vita. Se consideriamo l’intera storia dell’umanità, abbiamo trascorso il novantanove per cento del nostro tempo su questo pianeta senza alcun metodo scientifico così come lo conosciamo oggi, eppure siamo sopravvissuti, ci siamo organizzati in società, abbiamo costruito culture e civiltà. Il metodo scientifico non è dunque, in senso stretto, un sapere indispensabile alla sopravvivenza. Tuttavia, tra tutti i saperi che l’essere umano ha sviluppato, è l’unico capace di offrire un ancoraggio condiviso con la realtà, un terreno comune riconoscibile attraverso le più diverse culture umane. È l’unico che ci permette, con un ragionevole grado di affidabilità, di prevedere come funziona il mondo che ci circonda.

Chiusa questa piccola ma necessaria digressione, torniamo al cuore della questione. La scienza viene spesso definita “divisiva” da chi fatica ad accettare l’aspetto controintuitivo di alcune verità scientifiche. E in effetti molte scoperte delle scienze biologiche, dell’ecologia, della zoologia contraddicono il senso comune, sfidano le nostre percezioni immediate, mettono in discussione convinzioni radicate. È normale che questo generi resistenze, disagio, talvolta vero e proprio rifiuto. Ma quando queste resistenze sfociano in conflitti sociali, quando la gestione della fauna diventa terreno di scontro ideologico tra fazioni inconciliabili, la sola scienza non basta più.

È qui che dovrebbero entrare in gioco altri saperi. La zooantropologia, la sociologia, la psicologia sociale, l’antropologia culturale, il diritto: sono discipline che studiano proprio il modo in cui gli esseri umani costruiscono significati, elaborano conflitti, prendono decisioni collettive e definiscono le regole della convivenza. Sono strumenti pensati per comprendere e governare quella dimensione umana che la biologia, per sua natura, non può né deve affrontare. Se la scienza ci dice qual è lo status di una popolazione animale, quali sono le dinamiche ecologiche in atto, quali interventi potrebbero risultare efficaci, ci hanno sempre insegnato che dovrebbero essere poi le discipline umanistiche ad aiutarci a tradurre queste conoscenze in processi decisionali condivisi, in politiche accettabili, in compromessi sostenibili.

Eppure, nella pratica, questo passaggio continua a non funzionare. Chi opera nel campo delle discipline umanistiche, chi si occupa di mediazione culturale o di governance dei conflitti ambientali, fatica a individuare strategie realmente efficaci per avvicinare le diverse categorie di fruitori della fauna: cacciatori, animalisti, agricoltori, ambientalisti, semplici cittadini con sensibilità differenti. E quando si trova di fronte all’impossibilità di costruire ponti, finisce quasi inevitabilmente per fare ciò che in teoria non dovrebbe fare: avventurarsi in territori disciplinari che non sono i propri, mescolando fonti eterogenee, semplificando oltre il lecito, talvolta citando studi in modo improprio o del tutto fuori contesto. Il risultato, paradossalmente, è l’opposto di quello sperato: invece di facilitare il dialogo, si finisce per inasprire ulteriormente il dibattito, offrendo a ciascuna parte nuove munizioni per una guerra di posizione che sembra non avere fine.

Non si tratta di colpe individuali, ma di un problema di approccio. Chi dovrebbe occuparsi di mediazione culturale, di governance dei conflitti, di costruzione del consenso, finisce per trasformare i dati scientifici in uno spartiacque: uno strumento per stabilire chi ha ragione e chi ha torto, per legittimare una posizione e delegittimare l’altra. Ma nel momento in cui la scienza diventa un’arma da brandire invece che un terreno comune da cui partire, ogni possibilità di dialogo si dissolve. Gli obiettivi che le discipline umanistiche dovrebbero perseguire, ovvero avvicinare le parti, costruire compromessi, rendere accettabili decisioni difficili, diventano semplicemente irraggiungibili.

Credo persista una difficoltà più profonda: le discipline umanistiche non hanno ancora pienamente integrato il metodo scientifico nel proprio modo di ragionare, e questo le porta a sovrapporre continuamente fatti, valori e opinioni, trattandoli come se fossero intercambiabili.

Il paradosso è evidente: si chiede alla scienza di risolvere conflitti che sono di natura sociale, culturale, identitaria. E quando la scienza, inevitabilmente, non riesce a pacificare gli animi, la si usa male, la si piega a fini retorici, la si cita a sproposito per rafforzare posizioni già decise. Il risultato è che la scienza stessa finisce per apparire divisiva, quando in realtà divisivo è l’uso che se ne fa. Finché chi dovrebbe lavorare sulle relazioni tra esseri umani continuerà a cercare nella biologia o nell’ecologia le risposte che solo un autentico lavoro di mediazione può fornire, il dialogo sulla gestione della fauna resterà quello che è oggi: un confronto tra sordi, dove ciascuno parla solo per confermare le proprie convinzioni.

Se c’è una via d’uscita, passa probabilmente da qui, dalla condivisione di questa diagnosi, come primo passo verso una gestione della fauna selvatica più consapevole e capace di adattarsi alla complessità del reale.

(Autore: Paola Peresin)
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