Modi di dire: avere una gatta da pelare

Francesco Petrarca scelse di trascorrere gli ultimi anni della propria esistenza sui Colli Euganei. Dopo interminabili peregrinazioni in Italia e in Europa il poeta aretino, anziano e ammalato, si stabilì nel pittoresco borgo di Arquà, in una dimora che gli fu donata dall’allora signore di Padova e che egli descrisse come “piccola ma deliziosa, cinta da un oliveto e da una vigna”.

A mitigare la solitudine del buen retiro arquatense fu una gatta che, in un giorno d’estate del 1372, varcò la soglia della casa del poeta con la proverbiale sfrontatezza felina. Il manto setoso di tre colori, un occhio verde come un lago alpino e l’altro giallo ambra, la gatta fece immediatamente breccia nel cuore del Petrarca che ne ammirava la docilità e lo spirito libero. Nutrita con latte e formaggio, la gatta ricambiava le attenzioni difendendo la biblioteca del letterato dalla minaccia dei topi. Ammaliato da questa presenza discreta, il Petrarca decise che una volta morta “sarebbe stata imbalsamata e la sua memoria onorata per sempre”.

Nella casa museo di Arquà, ancora oggi, è visibile una gatta imbalsamata; un’epigrafe sostiene che il Petrarca l’amò più della leggendaria Laura e ricorda la risolutezza del felino nel difendere la sacra soglia dalle minacce dei topi scellerati. L’animaletto rinsecchito che si intravede nella teca, tuttavia, non è il felino amato dall’autore del Canzoniere, bensì un esemplare fatto mummificare nel Cinquecento dall’allora proprietario della dimora e che sarebbe ancora in grado di incutere sacro terrore ai ratti

Sulla domesticazione del gatto vi sono diverse teorie: se alcuni studiosi sostengono che tutto ebbe inizio con un rapporto di reciproco opportunismo fra uomini e felini, altri ritengono che i gatti sarebbero stati protagonisti di rituali religiosi ancestrali. Il legame uomo – gatto resta comunque antichissimo come testimoniano le tracce risalenti a migliaia di anni fa individuate in Egitto, a Cipro e in insediamenti vichinghi.

Fra i numerosi proverbi e modi di dire legate ai mici, “avere una gatta da pelare” è uno dei più diffusi. L’origine della locuzione pare discendere dall’indole decisamente libera del gatto che, come notava lo stesso Petrarca, prima si struscia pigramente sulle gambe facendo le fusa, un attimo dopo mostra le unghie prima di dileguarsi irritato. Non a caso il verbo sgattaiolare si ispira all’agilità con la quale questi felini riescono a defilarsi passando attraverso pertugi estremamente angusti.

Pelare una gatta è dunque un affar serio: vista la ritrosia con la quale certi felini reagiscono alle carezze, figuriamoci se si provasse a strappar loro la pelliccia. Sulle ragioni per cui si dovrebbe spellare un gatto sorvoliamo, concentriamoci piuttosto sulla metafora. Ha una gatta da pelare colui che deve affrontare un problema annoso, un grattacapo di difficile soluzione, una situazione preoccupante e incerta. La gatta da pelare equivale a un fastidio, una scocciatura o una grana che può sfuggire di mano e trasformarsi in un’impresa dai contorni drammatici e dolorosi, come i morsi e i graffi subiti nell’incauto tentativo di spellare un felino.

Meglio lasciarsi sedurre dal fascino dei gatti senza prendersi troppe confidenze. Chi ama questi animali lo sa bene e forse è proprio in virtù del delicato equilibrio fra docilità e scontrosità che li si adora. Proprio come Francesco Petrarca che, in quella lontana estate arquatense del 1372, declamando il proprio affetto per la gatta scrisse al Boccaccio: “l’umanità si può suddividere grossomodo in due categorie. In coloro che amano i gatti e in coloro che vengono puniti dalla vita”.

(Autore: Marcello Marzani)
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