C’è stato un tempo, nemmeno troppo remoto, in cui la caccia era un espediente per integrare, con del cibo nutriente, la quotidiana misera scodella di polenta.
Per le famiglie contadine meno abbienti catturare il gévro, la lepre, da vendere a qualche siòr rappresentava l’occasione per procurarsi il denaro utile all’acquisto di ciò che non si poteva produrre in casa: pentolame, stoffe, utensili.
Sebbene la miseria avrebbe potuto giustificare una naturale inclinazione alla rapacità, il rispetto per la fauna selvatica era forse più tangibile allora che adesso; se non altro in virtù della consapevolezza, come ricorda Mario Rigoni Stern nei suoi splendidi racconti di caccia, che le prede non erano una risorsa inesauribile e occorreva prelevarle con saggezza e parsimonia. Ténderghe al gévro, ma no’ tirarghe a la mare piéna (insidia la lepre, ma non sparare alla madre gravida) recita un antico proverbio della Sinistra Piave.
Il cacciatore era depositario di un sapere nel quale l’astuzia e l’esperienza sopperivano alla carenza di strumenti venatori costosi e tecnologicamente avanzati. Un patrimonio di segreti custodito gelosamente, tramandato di padre in figlio, al quale apparteneva una tecnica molto singolare: la caccia con lo zimbello il cui scopo era attirare la preda con uccelli ingabbiati o legati che, saltellando o spiccando brevi voli, incuriosivano i loro simili.
Fra gli zimbelli preferiti vi era la civetta: il detto “dove che la sta la soìta, cala senpre un osel” è la conferma della sua efficacia nell’arte della “zimbellatura”.
Tutto iniziava in estate, con la cattura dei graziosi rapaci notturni nei luoghi da loro prediletti come i cimiteri o i filari di morer, i gelsi. Per farlo servivano reti e richiami, questi ultimi spesso ricavati dai gusci vuoti delle chiocciole. Legata sulla sommità di un palo e sollecitata ad alzarsi in volo, la civetta rappresentava un richiamo irresistibile per le allodole. A mitigare parzialmente la crudeltà usata nei confronti delle povere civette, va detto che quelle che sopravvivevano venivano solitamente rimesse in libertà al termine della stagione venatoria.
Con il termine zimbello, dal provenzale cembel (piffero), si indica anche il tonno che si aggira nella tonnara per attirare in trappola i branchi di passaggio.
Appare evidente come lo zimbello, sia esso pesce, uccello o artificio meccanico, sia una falsa lusinga, un’esca per catturare una preda. Dalla realtà alla metafora il passo è breve e il ridicolo saltellare della civetta sul trespolo diviene il pretesto per affibbiare l’epiteto di zimbello a colui che merita di essere sbeffeggiato, deriso, schernito.
Chi adotta un outfit eccessivamente bizzarro rischia di diventare lo zimbello della compagnia, esattamente come chi non sa dipingere e si atteggia a grande artista o a coloro che si ostinano a emulare i campioni olimpici ruzzolando miseramente sul pendio innevato.
Lo stesso destino della povera civetta che da simbolo di saggezza, prudenza e vittoria è stata trasformata dalla superstizione in temuto messaggero di morte e per questo ingiustamente perseguitata. Poi, come se non bastasse, condannata al ruolo di goffo zimbello che ballonzola su un trespolo. Tutto ciò in barba al fascino sprigionato da una delle più enigmatiche rappresentanti della grande famiglia dei rapaci notturni, stretta parente di allocchi, gufi, assioli e barbagianni.
Un fascino, quello emanato da questi animali, capace di sedurre anche il filosofo americano Henry David Thoreau, avanguardia del moderno ambientalismo, che esortava gli uomini a lasciare in pace i gufi, il cui lugubre grido nobilita i boschi crepuscolari, la natura inesplorata ed evoca i pensieri insoddisfatti di tutta l’umanità.
(Autore: Marcello Marzani)
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