Modi di dire: fare la scarpetta

Che Ernest Hemingway avesse un fortissimo legame con il Veneto è cosa nota; meno conosciuta è la singolare predilezione del “ragazzo del Basso Piave”, come amava definirsi il celebre scrittore statunitense, per un motivetto molto popolare nell’alto Adriatico: La mula di Parenzo. Della canzone, vecchia almeno tre secoli e patrimonio del folklore triestino, polesano, dalmata e istriano, se ne conoscono diverse varianti. Orecchiabile, briosa, ricca di doppi sensi, non a caso è entrata a far parte della cultura musicale italiana grazie alle interpretazioni di Orietta Berti e Gigliola Cinquetti.

Ebbene, una delle strofe della versione in voga nella Sinistra Piave recita: “se’l mar furésse tòciol e le montagne polenta, oi mama che tòciade, polenta e bacalà!”. Il testo, che cela un’evidente allusione erotica, contiene anche chiari rimandi al tòcio, l’intingolo, e al tòciar, l’atto di inzuppare il pane o la polenta nel sugo.    

Caratteristica espressione veneta e più in generale del nord est, tòciar corrisponde al pucciare di lombardi e piemontesi, all’abbagnari o ammugghiari calabro-siculo, al rifrucare o allo struffare toscano.

Dalla lettura di un interessante saggio di Luisa di Valvasone pubblicato dall’Accademia della Crusca emerge che dal semplice atto di intingere a quello di strofinare il pane nel piatto per raccogliere i residui di cibo il passo è breve. Fare la scarpetta è un’abitudine che va da nord a sud, da alcuni stigmatizzata come quintessenza della volgarità, da altri assolta poiché interpretata come elogio al cuoco nonché lodevole abitudine antispreco.

Da un punto di vista meramente linguistico, l’espressione fare la scarpetta è di gran lunga più diffusa di locuzioni regionali quali il marchigiano stoncare, il siciliano stujare, il napoletano fare la passeggiata e il fiorentino fare la carrozzina. Gli ultimi due modi di dire, nei quali si intuisce il movimento del pane che insegue il sugo, suggeriscono la probabile origine della scarpetta.

La locuzione sembra essere nata nell’Italia centro meridionale, nel triangolo Abruzzo, Molise e Lazio, dove la si ritrova già a partire dall’Ottocento. L’ipotesi più accreditata pare quella che assimila il boccone di pane a una scarpa che passeggia allegramente sul piatto cosparso di salsa.

Non mancano tuttavia altre congetture: l’accostamento della scarpetta al concetto di scarsetta intesa come indigenza, il riferimento a un formato di pasta particolarmente adatto alla raccolta del sugo, l’allusione alle scarpette leggere ed economiche indossate dalla povera gente, fino al paragone della scarpetta con la piccola seppia la cui sacca si presta a essere colmata da deliziosi ripieni.

Una selva di supposizioni, tanto incerte quanto affascinanti e tali da ispirare nomi di ristoranti, titoli di trasmissioni culinarie, festival gastronomici e campagne pubblicitarie.

Alla fine dei conti, fare la scarpetta è consentito o no? Secondo i guru del galateo è inopportuno nelle occasioni formali, ma fra amici è più che lecito. Per dare un tocco di raffinatezza al gesto, suggeriscono gli esperti di bon ton, è consigliato agire con disinvoltura, evitare pezzi di pane (il migliore è la ciabatta) esageratamente grandi e, se possibile, trascinarli sul piatto in punta di forchetta.

Che sia difficile cedere alla tentazione di gustare uno squisito intingolo in nome di uggiose convenzioni sociali lo sapeva bene anche il commediografo veneziano Carlo Goldoni: “La gola è un vizio che non finisce mai, ed è quel vizio che cresce sempre quanto più l’uomo invecchia”. Dunque, salvo circostanze eccezionali, via libera alla scarpetta!

(Autore: Marcello Marzani)
(Foto: Marcello Marzani)
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