Modi di dire: gettare la veste alle ortiche

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Croce e delizia di chi vive all’aria aperta, l’ortica può rivelarsi tanto fastidiosa quanto utile. A chi si avventura per i sentieri di campagna a gambe scoperte può accadere di ortigarse drento na urtighèra, ovvero imbattersi in un folto cespuglio di ortiche e irritarsi la pelle. Non a caso ortica deriva dal latino urere, bruciare. Il contadino, dal canto suo, sa bene che nell’orto trascurato proliferano le malerbe che, nonostante gli sforzi, sembrano sempre avere la meglio. Ortighe e gramegna – è risaputo – no le mor mai!

Per molti, tuttavia, la scorbutica pianta rappresenta una preziosa risorsa. I suoi germogli conferiscono un sapore unico a risotti, zuppe e torte salate; con le sue fibre, da almeno quattromila anni, si confezionano tessuti, ceste e cordami. Gli antichi egizi e i legionari romani traevano sollievo dai medicamenti a base di ortica per lenire i fastidi della gotta, dei reumatismi, delle emorroidi e dell’artrite. La moderna erboristeria riconosce i benefici dell’ortica per disintossicarsi, drenare i liquidi in eccesso, rafforzare unghie e capelli. 

Morello Pecchioli, in un articolo pubblicato sulla rivista Civiltà della Tavola, ricorda come l’ortica fosse tenuta in gran considerazione da personaggi illustri dell’antichità fra i quali Aristofane, Galeno, Catullo, Apicio e da letterati del calibro di Lev Tolstoj e Victor Hugo che le riservò addirittura un elogio nel capolavoro I Miserabili.

Giunti a questo punto non sorprende affatto come una pianta così eclettica abbia ispirato proverbi, metafore e modi di dire; fra questi la singolare espressione “gettare la veste alle ortiche” intesa come clamoroso allontanamento dalla realtà ecclesiastica.

Compiono questo gesto il prete, la suora, il monaco che decidono di abbandonare il loro status religioso e rientrare nei ranghi del mondo laico. Un modo di dire che affonda le radici in un passato nel quale, dopo essersi spogliato in fretta e furia della veste religiosa e averla occultata in un luogo selvaggio (da qui l’immagine del cespuglio d’ortiche) lo “spretato” si trasformava in un fuggitivo.

Nei secoli sono stati in molti a gettare l’abito alle ortiche per idealismo, fede, convenienza, talvolta per amore.

Martin Lutero, il monaco agostiniano che diede avvio al protestantesimo, rinunciò alla tonaca e sposò la ex monaca cistercense Katharina von Bora. Padre Alessandro Gavazzi, cappellano garibaldino, deluso dall’atteggiamento della Chiesa durante il Risorgimento, si ribellò al papa per avvicinarsi alla confessione evangelica. La decisione di dismettere la tonaca, come dimostrano casi anche recentissimi, finisce sempre con l’alimentare pruderie che troppo spesso offuscano il tormento interiore di coloro che compiono una scelta così definitiva.

Lanciare le vesti sulle umili e pungenti ortiche, tuttavia, non riguarda solo suore e sacerdoti, ma anche coloro che decidono di abbandonare un progetto, una carriera, un percorso di studi.

Sulle ortiche finiscono allora camici, libretti universitari, uniformi, fedi nuziali, spartiti musicali, fotografie e ricordi di un’amicizia che non è più. Tutte circostanze nelle quali l’irritante ortica evoca lo sconcerto, il dolore e lo sbigottimento che accompagnano ogni decisione drastica e irrevocabile. 

Il bruciore dell’ortica suscita in Dante il rimorso per gli errori commessi e lo aiuta a pentirsi per aver indugiato nei falsi amori terreni. Altrove essa simboleggia fatiscenza e squallore: come nel racconto Reparto n. 6, di Anton Ĉechov, nel quale l’autore denuncia il degrado di un manicomio della Russia ottocentesca soffermandosi proprio sull’immagine delle ortiche che ne invadono i sentieri.

Giunti a questo punto cosa dire dell’ortica? È una vile erbaccia o una nobile essenza? Una pianta infida o una preziosa alleata dell’uomo? Dipende dalle circostanze avrebbe risposto l’indimenticabile Fabrizio De Andrè per il quale “ogni letto di sposa è fatto di ortiche e mimosa …”.

(Autore: Marcello Marzani)
(Articolo di proprietà di Dplay Srl)
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