Il 3 agosto 1492 Cristoforo Colombo partiva da Palos de la Frontera alla volta delle Americhe: sarebbe ritornato nel marzo dell’anno successivo con del tabacco, dell’oro e dei variopinti pappagalli, doni che convinsero i suoi finanziatori a sobbarcarsi l’onere di ulteriori spedizioni.
Le prime annotazioni di un viaggio che, per convenzione, segna la fine del medioevo e l’inizio dell’età moderna sono contenute in una lettera che il navigatore genovese indirizzò alla regina Isabella di Spagna: “È il 1492 e sono sul Mare delle Indie, nelle isole oltre l’Oceano Atlantico”. Il manoscritto fu riprodotto in centinaia di versioni, in latino e nelle principali lingue europee, destinate alle biblioteche più prestigiose fra le quali quella degli Zane, patrizi veneziani entrati in possesso del prezioso incunabolo nel Cinquecento.
Trafugata dalla biblioteca Marciana, la lettera con la quale Colombo annunciava la “scoperta dell’America” è stata rintracciata a Dallas dai Carabinieri specializzati nella Tutela del Patrimonio Culturale che l’hanno riconosciuta grazie ai segni della rilegatura originale. L’epistola, stampata a Roma nel XV secolo e nota come “De Insulis Indiae supera Gangem nuper inventis”, grazie ai “detective dell’arte” italiani e statunitensi, dallo scorso mese di maggio è finalmente tornata a Venezia.
L’incredibile spedizione di Colombo suscitò curiosità, ammirazione e invidia, sentimenti dai quali scaturirono iniziative come la stampa della famosa lettera, ma anche storielle lungi dalla realtà.
Fra gli aneddoti più celebri vi è senza dubbio quello dell’uovo di Colombo. Ospite del cardinal Pedro González de Mendoza, proprio quello del celebre brandy, il navigatore genovese fu circondato da individui che tentavano di sminuire la portata della sua impresa. Essi sostenevano che chiunque, con i mezzi a disposizione di Colombo, ce l’avrebbe fatta. L’ammiraglio li sfidò allora a risolvere un problema apparentemente banale: far stare in piedi sul tavolo un uovo. Dinanzi ai tanti, inutili tentativi, Colombo ammaccò la base dell’uovo su uno spigolo della tavola e ve lo posò in piedi; alle rimostranze di chi giudicava l’accorgimento scontato, il Genovese, laconico, rispose: “Voi avreste potuto farlo, io l’ho fatto!”.
Una storiella divenuta sinonimo di intelligenza e capacità di venire a capo, con un pizzico di genio, di un problema apparentemente irrisolvibile. Scopre l’uovo di Colombo colui che escogita uno stratagemma vincente con acume e disarmante semplicità, spiazzando fior fiore di presuntuosi cervelloni.
Un aneddoto, quello dell’uovo ammaccato, che lo storico dell’arte aretino Giorgio Vasari attribuì anche Filippo Brunelleschi, che progettando la cupola del Duomo di Firenze, inaugurò il Rinascimento architettonico.
Una vicenda, anche quest’ultima, verosimilmente falsa e che in ogni caso non offusca affatto la fama di Colombo che, secondo alcuni, non schiacciò la base dell’uovo, ma lo agitò per emulsionare il contenuto e farlo comunque star dritto.
A Ibiza, isola spagnola delle Baleari che rivendica i natali di Colombo, è stato realizzato un monumento a forma di uovo con al centro una caravella; in occasione del quattrocentesimo anniversario della scoperta dell’America, a Chicago, il fisico Nikola Tesla presentò il proprio “uovo di Colombo”, tenuto in piedi grazie a un campo magnetico rotante; e nella stessa circostanza fu presentato anche un passatempo di forma ovoidale fatto di tessere con le quali, nella versione originale, si potevano ricavare ben 126 figure diverse.
Tutte conferme del fascino inalterato di un aneddoto che lega l’acume di un personaggio leggendario, Cristoforo Colombo, con l’uovo, depositario di innumerevoli allegorie e simbolismi.
E in tema di uova e di intelligenza, George Orwell, intellettuale britannico autore del romanzo 1984,scrisse: “L’uomo è l’unica creatura che consuma senza produrre. Egli non dà latte, non fa uova, è troppo debole per tirare l’aratro, non può correre abbastanza velocemente per prendere conigli. E tuttavia è il re di tutti gli animali“.
(Autore: Marcello Marzani)
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