Modi di dire: mangiare a ufo

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Il fatto risale al dicembre dello scorso anno, protagonista un “disinvolto” turista spagnolo ospite di uno storico locale veneziano a due passi da Piazza San Marco. Un autentico buongustaio, non c’è che dire, visto che fra piatti gourmet ed etichette prestigiose l’uomo avrebbe dovuto sborsare almeno 700 euro; ma come in un film di Totò, dopo aver sorseggiato l’ultimo calice, il gaudente viaggiatore ha esibito una carta di credito fasulla.

Per nulla sorpreso dall’impossibilità di saldare il conto, l’uomo ha reagito ostentando la propria agiatezza e assicurando il personale di sala che sarebbe ripassato l’indomani: solo il provvidenziale intervento dei Carabinieri ha permesso di smascherare l’ennesimo imbroglione seriale, già noto alle forze dell’ordine di mezza Europa per imprese simili.

Nel linguaggio comune, ciò che è accaduto a Venezia, viene descritto con una espressione curiosa: mangiare a ufo. Un modo di dire che non ha nulla a che fare con gli extraterrestri, ma affonda le proprie radici nel Medioevo.

I materiali che si usavano per la costruzione di edifici sacri, come la Basilica di San Pietro, erano esenti dai dazi e per consentire la loro riconoscibilità, sui vettori che li trasportavano, veniva apposto l’acronimo A.U.F. ovvero Ad usum fabricae o, secondo altre versioni, Ad urbis fabricam. 

A Milano, le forniture necessarie alla realizzazione del Duomo, si riconoscevano per la sigla ad UFA, ad usum fabricae Ambrosianae. A Firenze invece, i blocchi di marmo destinati alla edificazione di Santa Maria del Fiore si distinguevano grazie alla dicitura A.U.F.O. (Ad usum Florentinae Operae). 

Da tutto ciò, secondo gli studiosi, discendono le espressioni “mangiare a ufo, a ufa, ad auffa” nel senso di mangiare a sbafo, campare senza tirar fuori una lira e sovente alle spalle altrui.

Nel capolavoro di Collodi, i quattro conigli neri accorsi al capezzale di Pinocchio in procinto di morire per l’ostinato rifiuto di sorbire la medicina amara, se ne vanno con la bara vuota bofonchiando: “Pazienza! […] Per questa volta abbiamo fatto il viaggio a ufo”. Anche Alessandro Manzoni usa la medesima espressione nel descrivere la ferma volontà di Agnese e Perpetua di non approfittare dell’ospitalità dell’Innominato: “per non mangiare il pane a ufo, avevan voluto esser impiegate ne’ servizi”.

Alcuni linguisti, in alternativa all’ipotesi dell’esenzione dai dazi, ritengono che la locuzione “a ufo” sia da ricondurre alla corrispondenza ex ufficio o ex offitio, quella non gravata da imposte. Altri propendono per l’espressione ebraica efes (senza oneri), o per la sigla AUF (Augustus Fecit) che indicava i luoghi di distribuzione gratuita del cibo durante le festività dell’antica Roma. Tutte tesi interessanti, ma in realtà poco accreditate fra gli accademici.    

Quel che è certo è che per mangiare, campare o viaggiare “a ufo” occorre affidarsi alla magnanimità di qualcuno o contare sulla propria faccia tosta. Siamo d’accordo: raggirare il prossimo è immorale, ma trarre vantaggio dalla situazione non è sempre disdicevole e talvolta rappresenta una necessità.

Lev Tolstoj, con disarmante pragmatismo, sosteneva che “bisogna approfittare di quello che c’è”. A fargli da eco Oscar Wilde che, con altrettanta efficacia, lodava il pompelmo, “un limone che ha avuto un’opportunità, e ne ha approfittato”.

(Autore: Marcello Marzani)
(Foto: Ab. Unsplash.com)
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