A Refrontolo, nel cuore della Marca Trevigiana, si può ammirare il Molinetto della Croda, uno splendido esempio di mulino ad acqua risalente al XVII secolo rimasto in funzione sino ai primi anni Cinquanta.
Testimone di un mondo oramai scomparso, fonte di ispirazione artistica e meta di un incessante pellegrinaggio turistico, il mulino di Refrontolo trova spazio anche in autorevoli studi scientifici. Walter Panciera, in un saggio sulla molitura in età moderna afferma che a metà del Cinquecento, nei pressi di Treviso, erano attive ben 141 macine simili a quella di Refrontolo alimentate dalle acque del Sile. Nel caso del Molinetto della Croda, aggiunge Panciera, siamo dinanzi a un impianto con “ruota a cassette”, evoluzione di mulini già in uso nell’antica Anatolia e in Provenza.
Cuore pulsante del mulino erano le macine in pietra, dette anche mole o palmenti, autentico banco di prova del mugnaio. Se all’efficienza dell’impianto contribuivano anche idraulici e falegnami, il proverbio recita che “è dalla macina che si conosce il mugnaio”. Un’abilità che spaziava dalla scelta della pietra, al suo utilizzo quotidiano, fino alla manutenzione.
I palmenti più pregiati erano in arenaria e provenivano dalle cave della Valsugana, del Bellunese e del Trevigiano come la pièra dolza (pietra dolce) estratta dalle grotte del Caglieron a Fregona. Pesanti da mille a oltre duemilacinquecento chili, i palmenti si consumavano e spettava al mugnaio capire quando intervenire a colpi di scalpello per restituire loro la ruvidezza necessaria.
Il lavorio incessante delle macine in pietra che frantumano senza sforzo apparente quantità enormi di cereali, ha ispirato un simpatico modo di dire: mangiare ai due, ai tre o addirittura ai quattro palmenti. I palmenti in questione però non sono le ruote in arenaria del mulino, bensì le ganasce dell’ingordo che, mosse da un appetito insaziabile, triturano inverosimili quantitativi di cibo a tempo di record. Lo scrittore comasco Massimo Bontempelli, in un racconto pubblicato agli inizi del Novecento, coglie la similitudine fra macine e mandibole: “Le signore mangiavano a quattro palmenti pasticcini, marron-glacés, tartine col prosciutto“.
Secondo alcuni, tuttavia, l’espressione mangiare ai quattro palmenti, non discende dal mulino, ma dalle vasche per la pigiatura dell’uva che i latini chiamavano pavimenta. L’immagine è simile a quella precedente, solo che al posto dei chicchi di grano o di mais a soccombere sono gli acini d’uva.
Da segnalare infine che, in alcuni contesti, “mangiare ai quattro palmenti” corrisponde ad arricchirsi rapidamente ricorrendo a mezzi illeciti: in questo caso l’avidità è rivolta al denaro anziché al cibo, ma la sostanza non cambia.
Sebbene la teologia cristiana annoveri il peccato di gola fra i sette vizi capitali, anche a un santo può capitare di essere ingordo. Si narra che Tommaso d’Aquino, invitato a un banchetto di corte, fosse talmente assorto nei suoi ragionamenti filosofici da divorare, senza rendersene conto, un grosso pesce che avrebbe dovuto sfamare parecchi convitati. Resosi conto dell’accaduto Tommaso non si scompose e osservando la lisca spolpata affermò candidamente: “Consumatum est!”.
(Autore: Redazione Qdpnews.it)
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